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  • A, uno dei gruppi sanguigni del sistema ABO, distinto a sua volta in due varietà, A, e A2.

    AB, uno-dei gruppi sanguigni del sistema ABO, piuttosto ra- ròf presente nel 4% della popolazione.

    Abasìa, disturbo di origine nervosa che consiste nell’im­possibilità di camminare; spesso si associa all’incapacità di mantenere la stazione eretta. Può essere permanente (da cause organiche cerebrali) o transitorio (sintomo nevrotico).

    Abbagliamento, disturbo transitorio della vista che si veri­fica passando bruscamente dall’oscurità ad ambienti più lu­minosi (a. fisiologico) o per cause patologiche.

    Abbassamento, sin. di ptosi. 

    Abboccamento, sin. di anastomosi.

    Abbronzanti, prodotti cosmetici che favoriscono l’abbronzatura. Contengono filtri solari che selezionano i raggi UV lasciando passare solo quelli a. Gli oli sono poco filtranti; l’estratto oleoso di mallo di noce è il più usato. non è un vero e proprio filtro e deve essere associato ad altre sostanze, particolarmente da chi ha la pelle chiara e sensibile. Meglio usare sempre un a. con fattore di protezione elevato nei primi giorni di esposizione.

    Abbronzatura, pigmentazione bruna assunta dalla cute in seguito a prolungata esposizione ai raggi solari. Quando la superficie cutanea viene esposta all’azione del sole, i raggi a breve lunghezza d’onda, o raggi ultravioletti (UV), provo­cano una reazione fotochimica che fa aumentare la produ­zione di melanina (pigmento di colore bruno-nero) nei mela- nociti, che si trovano nello strato cutaneo basale. I melanoci- ti, a loro volta, diffondono nelle cellule dell’epidermide i gra­nuli di melanina, determinando l’intensità della colorazione bronzea in funzione della durata dell’esposizione alla radia­zione. Alcune sostanze chimiche, come le furocumarine, rendono fotosensibile la pelle anche alle radiazioni di lun­ghezza d’onda maggiore di quelle ultraviolette, provocando esse pure il fenomeno dell’a. (a. artificiale).

    Abducente, nervo, sesto paio di nervi cranici con funzione esclusivamente motoria. Si origina dal ponte del Varolio, raggiunge la cavità orbitaria e innerva il muscolo retto esterno laterale dell’occhio, consentendo di ruotare il globo oculare verso l’esterno. La paralisi del nervo a. (detto anche oculomotore) provoca strabismo convergente.

    Abduttori, muscoli che allontanano un arto o parte di esso dall’asse mediano del corpo. Sono antagonisti dei muscoli adduttori.

    Abduzione, movimento con cui un segmento corporeo si sposta lateralmente all’asse mediano del corpo o di un arto. Il movimento opposto è l’adduzione.

    Ab ingestis, espressione latina che letteralmente significa ‘a causa del materiale ingerito’; indica un particolare tipo di polmonite che si verifica in seguito all’aspirazione, nell’albero tracheobronchiale, di cibo e succhi digestivi. Si tratta di una forma di polmonite chimica, nella quale il danno al tessuto polmonare è essenzialmente causato dal contatto con il contenuto gastrico estremamente acido. Tra i fattori che predispongono all’insorgenza di questa polmonite, i principali sono costituiti dalla depressione dei riflessi di protezione delle vie aeree (es. nel corso di anestesia o nell’immediato periodo postoperatorio, nelle malattie  del sistema nervoso centrale, nelle intossicazioni acute), dall’alterazione di meccanismi della deglutizione e dello svuotamento gastrico (es. in seguito a ostruzione pilorica). La terapia comprende l’immediata aspirazione del materiale inalato, la somministrazione di ossigeno e di antibiotici.

    Abitùdine, disposizione individuale in genere acquisita attraverso la ripetizione degli stessi atti o esperienze. Per a. sensoriale si intende un fenomeno neurofisiologico per cui in seguito al ripetersi di un certo stimolo si ha l’estinzione della risposta tipica di quello stimolo. In psichiatria tale termine è usato in particolare nell’ambito delle tossicomanie, e si riferisce alla condizione indotta dalla ripetuta e protratta assunzione di una sostanza. Si tratta di una situazione caratteristica per cui il soggetto è spinto dal desiderio più o meno intenso di assumere la sostanza per il piacere o il benessere che essa determina; ne consegue  la tendenza a continuare nell’assunzione, mentre manca o è assai limitata la tendenza ad aumentare le dosi. L’a. non comporta dipendenza fisica né sindrome d’astinenza; modesta è la dipendenza psichica relativa agli effetti prodotti dalla sostanza, mentre le conseguenze dannose, qualora esistano, interessano soltanto il soggetto, non la società. L’a. si differenzia pertanto dalla tossicomania, che presenta queste caratteristiche: desiderio incontrollabile della sostanza e relativa assuefazione (effetti sempre minori) con tendenza ad aumentare le dosi; dipendenza psichica e fisica; sindrome d’astinenza ed effetti dannosi anche per la società. Per l’insorgenza di una condizione di a. o di tossicomania, importante può essere la risposta individuale: infatti una stessa sostanza può provocare in certi soggetti a., mentre in altri può dar luogo a una vera tossicomania. I termini di a. e tossicomania attualmente tendono a essere sostituiti da quello più generico e adeguato di farmacodipendenza (v. anche dipendenza).

    Ablazione, asportazione chirurgica di qualsiasi parte del­l’organismo.

    Ablefarìa, malattia genetica consistente nella mancanza della fessura palpebrale, associata ad altre anomalie ocula­ri. Si produce per infezioni contratte durante il corso della gravidanza.

    Abortivo, indica ogni mezzo in grado di provocare aborto;

    no di amenorrea. Si distinguono un a. spontaneo e un a. pro¬vocato. L’a. spontaneo può essere causato da malformazioni dell’utero, fibromi, alterazioni dell’endometrio, oppure da malattie della madre, come infezioni (ad es. rosolia, toxopla-smosi), diabete, malattie dell’apparato urinario e respirato¬rio, intossicazioni, carenze alimentari, traumi fisici e psichici. Una causa importante di a. sono le alterazioni del prodotto del concepimento, sia su base ereditaria sia acquisite (danni da radiazioni, da infezioni, da sostanze tossiche). L’a. si manifesta clinicamente con metrorragia e dolori addominali. A seconda dell’evoluzione del quadro clinico si distingue la minaccia d’a., in cui con il riposo assoluto e l’assunzione di farmaci spasmodici si può proseguire la gravidanza, da altre situazioni in cui ciò non è possibile. L’a. completo è caratterizzato dall’espulsione spontanea del feto e degli annessi; generalmente, però, il materiale ovulare è espulso solo parzialmente (a. incompleto) ed è necessario intervenire per svuotare la cavità uterina, al fine di prevenire infezioni e arre¬stare l’emorragia. Esiste inoltre la possibilità che la morte dell’embrione non sia seguita dalla sua espulsione; questa situazione (a. interno) viene diagnosticata attraverso il mancato aumento di volume dell’utero, l’assenza di attività car¬diaca fetale per mezzo dell’ecografia e la negativizzazione del test di gravidanza; in questo caso si interviene chirurgicamente .0 farmacologicamente per ottenere lo svuotamento della cavità uterina. Se una donna ha avuto più di tre a. consecutivi si parla di a. abituale: non sempre si riesce a identificarne le cause; può essere dovuto a malformazioni dell’embrione di natura ereditaria o infettiva, o ad anomalie dell’utero, tra le quali l’insufficienza  cervico-segmentaria. L’a. provocato comprende: l’interruzione volontaria di gravidanza; l’a. illegale, che per le condizioni precarie in cui è svolto comporta gravi rischi (perforazione uterina, infezioni); e l’a. terapeutico, cioè l’interruzione della gravidanza dopo il 90° giorno di gestazione, consentito dalla legge quando sussista un grave pericolo per la vita della donna o quando siano state accertate gravi anomalie del prodotto del conce¬pimento (v. anche L’INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA).

    Marco Casano Fisioterapista Osteopata a Milano via curtatone 6.

  • B, gruppo sanguigno come A, AB è 0 (zero). Babinski, segno di, flessione dorsale dell’alluce, con eventuale allargamento a ventaglio delle dita, in seguito allo strisciamento di una punta smussata lungo il margine ester­no della pianta del piede. È fisiologico nel bambino fino a un- anno di età; in età adulta è un riflesso patologico, che com­pare in caso di lesione delle vie nervose piramidali. Babinski-Nageotte, sìndrome di, v. bulbare, sin­drome.

    bacillo, v. batterio, bacinetto renale, sin di pelvi renalebacino, formazione anatomica, detta anche pelvi, situata nella parte inferiore del tronco e delimitata da un robusto anello osseo, detto cingolo pelvico, e da aponeurosi e lega­menti. La parte ossea è formata anteriormente e lateralmen­te dalle ossa iliache (ischio, pube, ileo) e posteriormente dal sacro e dal coccige, tutte articolantisi tra loro (nella sinfisi pu­bica o nelle articolazioni sacroiliaca e sacrococcigea).

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  • baclofene, farmaco miorilassante centrale che riduce lo spasmo’involontario dei muscoli tensori ed estensori. Effica­ce nella spasticità e nel dolore della sclerosi multipla; può dare sonnolenza. Evitare l’associazione con alcol e altri far-

    maci che deprimono il sistema nervoso. Non deve essere sospeso bruscamente, bagni, v. idroterapia.

    balanite, processo infiammatorio superficiale del glande, che spesso interessa anche il prepuzio (balanopostite). Clini­camente può essere rappresentata da semplice eritema fino alla erosione e alla formazione di papulo-pustole. Le cause sono molteplici: chimica (br semplice), batterica (Escherichia coli), candidosica, traumatica (microtraumi), protozoi (b. da Trichomonas), allergica (b. da sensibilizzazione ad additivi della gomma, o da topici). Importanti nel determinarla sono alcuni fattori favorenti: anomalie anatomiche (fimosi), cattiva igiene, malattie sistemiche dismetaboliche (diabete). La te­rapia è condizionata dalla identificazione dell’agente causa­le. Nelle forme batteriche, micotiche, virali (herpes genitale) è importante un controllo medico del partner, per evitare continue recidive. Altre forme di b. possono essere espres­sione di un cancro in situ (b. di Queyrat), mentre in altri casi la b. può essere prima manifestazione di una dermatosi qua­le la psoriasi, il lichen ruber planus, la malattia di Behcet. balanopostite,infiammazione della mucosa del glande e della lamina interna del prepuzio, generalmente di origine traumatica, chimica o infettiva; spesso si associano più fatto­ri causali. Le forme più frequenti sono: la b. semplice, deter­minata da stafilococchi e streptococchi, che si presenta con chiazze di colorito rosso vivo, erose in superficie, dalle quali geme un liquido sieroso o sieropurulento; e la b. candidosi­ca, caratterizzata dal prurito intenso, che colpisce soprattut­to i soggetti diabetici.

    balbuzie, disturbo formale del linguaggio, che può com­parire nell’infanzia (5% dei bambini in età scolare) ed evol­vere successivamente sino all’età adulta. Si distinguono una forma clonica, caratterizzata dalla ripetizione più o meno ac­centuata dei fonemi, e una tonica, che si manifesta con un brusco arresto dell’emissione vocale, accompagnato da reazione emotiva più o meno intensa e da tentativi ripetuti per riprendere la parola. L’origine della b. rimane sotto molti aspetti oscura. Per il trattamento vengono impiegate terapie rieducative: nelle forme recenti si procede come per i ritardi semplici del linguaggio; nelle forme stabilizzate da parecchi anni si rendono invece necessari metodi di decondiziona­mento. Tra le diverse tecniche impiegate, alcune sono fon­date sull’autocontrollo del ritmo respiratorio,” avendo cura che la fonazione avvenga fin dall’inizio dell’espirazione; altre hanno un carattere misto, rieducativo e psicoterapeutico, qualora la b. faccia parte di un quadro più complesso di di­sadattamento alla vita di relazione, ballismo, sindrome extrapiramidale, caratterizzata da mo­vimenti involontari violenti, aritmici, afinalistici, soprattutto a carico dei cingoli pelvico e scapolare, e dell’estremità pros­simale degli arti superiori, in genere unilaterali (emiballismo), raramente bilaterali. Dipende perlopiù da una lesione vasco­lare (emorragia o trombosi), che distrugge il corpo del Luys, sul lato opposto rispetto a quello colpito dai movimenti pato­logici.

    ballo di san Vito, espressione popolare designante la co­rea di Sydenham, nota anche come corea infettiva o reuma­tica. Deriva dall’usanza dei soggetti affetti da corea di recarsi in pellegrinaggio al santuario di san Vito, protettore degli at­tori e dei danzatori. Si tratta di un’encefalite che compare in soggetti che presentano o hanno presentato affezioni reu­matiche (febbre reumatica, angina tonsillare, endocardite, reumatismo articolare, ecc.), più spesso nell’infanzia. Inizia con modificazioni del carattere e del comportamento; in se­guito insorgono i tipici movimenti coreici, accompagnati da ipotonia e da disturbi psichici di varia gravità. Guarisce in uno o due mesi, spesso con postumi (tic, tremori, ansia, labi­lità emotiva, ecc.). Frequenti sono le ricadute e le recidive, specie in gravidanza. La terapia consiste nella profilassi e nella cura del reumatismo articolare acuto, nonché nella ri­mozione chirurgica dei foci infettivi e nel trattamento sedativo, ballottamento, caratteristico movimento di affondamento e successivo rimbalzo, che si può produrre in un solido im­merso in un fluido con la spinta delle dita; il termine indica anche un movimento dello stesso tipo che si può comunica­re a un organo relativamente mobile quando venga palpato tra le due mani. Si tratta di manovre molto utili per il ricono­scimento di organi o per l’accertamento di raccolta di liquidi in cavità che normalmente ne sono prive (es. b. renale, ap­prezzabile con la palpazione bimanuale in caso di abbassa­mento o aumento di volume dell’organo; b. della rotula, pro­vocabile in caso di versamenti endoarticolari, ecc.). balneoterapìa, trattamento effettuato per mezzo di bagni, in acque naturali o in piscine, in vapori o fanghi, dotati di azione medicamentosa. Per le proprietà delle acque impie­gate, v. anche acqua minerale; terme bàlsami (o oleoresine), essudati vegetali prodotti dalla se­crezione di varie specie di piante, da cui scolano spontanea­mente o per incisione del legno; hanno consistenza fluida e sono ricchi di oli essenziali. I più noti sono: trementina, balsa­mo del Perù, balsamo del tolù, benzoino. Hanno azione espettorante, antisettica, battericida, antiparassitaria. Sono usati nelle infezioni dell’apparato urogenitale e respiratorio. Per uso esterno vengono applicati diluiti sotto forma di po­mate e linimenti per la cura di ulcere, piaghe, dermatosi in­fette, eczemi. Con il termine b. si intendono anche prepara­zioni cosmetiche da applicare sui capelli, dopo lo shampoo, per diminuirne la carica elettrica o per altri trattamenti parti­colari.

    balsàmici, farmaci che aumentano la componente acquo­sa del secreto bronchiale, attraverso una stimolazione diret­ta delle mucose respiratorie e l’attivazione delle ciglia dell’e­pitelio bronchiale. Questa azione facilita l’espettorazione e diminuisce la tosse. I principali b. sono: terpina, guaiacolo, guacetisal, creosoto, eucaliptolo, mugolio, balsamo del tolù.. Sono usati anche per inalazione (suffumigi, aerosol); le solu­zioni concentrate (di eucaliptolo, mentolo, mugolio) vengo­no disperse nelle vaschette dei termosifoni o nei vaporizza­tori.

    bambino blu, sìndrome del, v. Fallot, tetrade o tetralo­gia di.

    banca, centro medico specializzato che provvede al prelie­vo e alla conservazione di tessuti, sangue, organi e ossa, per un periodo prolungato, in particolari condizioni di tempera­tura, umidità e pressione. Si distinguono b. del sangue, b. dei tessuti, b. degli organi, b. delle ossa, in relazione al tipo di materiale prelevato o trasfuso dai donatori e conservato per i centri chirurgici specializzati nelle trasfusioni o nei tra­pianti. Le b. di organi conservano gli organi raccolti e carat­terizzati (in gergo ‘tipizzati’) per il tipo di antigeni di istocom- patibilità. I dati relativi agli organi disponibili sono memoriz­zati in elaboratori elettronici (vere ‘banche-dati’), alle cui in­formazioni è possibile accedere, tramite un efficiente siste­ma di telecomunicazioni, da parte delle varie sezioni di me­dicina ospedaliera che si occupino di trapianti (v. anche Trapianti d’organo p. 1038).

    banco, prodotto da, specialità medicinale destinata alla cura di disturbi minori, facilmente identificabili e risolvibili per esperienza dal paziente stesso. Non è necessaria la ricetta medica. Non è dispensabile dal Sistema Sanitario Naziona­le. Può essere pubblicizzato.

    Banti, morbo di (o splenom^galia congestizia), sindrome caratterizzata da ipersplenisrpó, cirrosi epatica e ipertensio­ne portale. Può essere causata da ogni condizione che porti ad aumento protratto della pressione nel sistema venoso portale, per es. cirrosi epatica, trombosi della vena porta o della vena lienale, alcune Malformazioni del circolo portale. Il trattamento varia a seconda della causa. Per i sintomi, v. ipersplenismo.

    barba, insieme dei peli che spuntano sulle guance e sul mento di individui di sesso maschile; rappresenta un carat­tere sessuale secondario.

    barbiturici, categoria di farmaci che tròvano impiego in te­rapia: come sedativi, nel trattamento delle forme a impronta ansioso-depressiva; come ipnotici, per il trattamento dell’in­sonnia; come anticonvulsivanti, in quanto hanno effetto inihi-
    torio sull’eccitabilità dei centri motori della corteccia cere­brale; come anestetici generali, per interventi chirurgici di breve durata, nell’induzione dell’anestesia e in preparati analgesici, in associazione con farmaci antidolorifici. L’uso prolungato e abituale di b. determina una progressiva dimi­nuzione della loro efficacia, sia per un aumento delle capaci­tà dell’organismo di metabolizzare tali sostanze, sia per una diminuzione di sensibilità da parte delle cellule nervose. Un effetto più grave dell’impiego abituale di ipnotici b. è la com­parsa di uno stato di abitudine che in taluni casi prelude a una vera condizione di farmacodipendenza. L’avvelena­mento acuto da b. comporta abolizione della coscienza e della sensibilità, grave insufficienza respiratoria, caduta del­la pressione arteriosa e della temperatura corporea. Ai fini di un’efficace terapia hanno importanza determinante i prov­vedimenti sintomatici per sostenere le funzioni vitali (cardio­circolatoria, respiratoria) e quelli volti alla tempestiva rimo­zione del tossico dall’organismo (diuresi forzata, emoperfu- sione).

    bario solfato, sostanza chimica usata, in sospensione ac­quosa più o meno concentrata, come mezzo di contrasto per l’esame radiografico dell’apparato digerente, barocettore, recettore vasale attivato dall’incremento del­la pressione sanguigna di cui regola il livello per via riflessa. La stimolazione dei b. è però dovuta a una distensione del vaso e non alla pressione esercitata dal sangue sulle sue pa­reti. I b. sono prevalentemente localizzati nelle grandi zone riflessogene (cardiaca, aortica, senocarotidea, polmonare) del sistema cardiovascolare. La stessa denominazione han­no anche gli elementi nervosi deputati alla sensazione di pressione, detti anche corpuscoli di Pacini. baropatìa, disturbo causato da una variazione di pressio-, ne, soprattutto se questa è improvvisa (v. anche barotrau­matismo).

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  • Barr, cromatina di, sin. di cromatina sessuale.

    barriera ematoencefàiica, sistema fisiologico di regola­zione degli scambi fra sangue, encefalo e liquor cerebrospi­nale. La b. controlla costantemente che nel sistema nervoso centrale vengano introdotti metaboliti necessari e siano ri­mosse sostanze tossiche. È costituita dai capillari cerebrali, dai plessi corioidei e dall’aracnoide; è caratterizzata da una permeabilità selettiva alle varie sostanze, dipendente in par­te dalle loro caratteristiche fisiche (es. peso molecolare, pl-l), in parte da specifici sistemi di trasporto. Si può dire che la b. agisce come un filtro selettivo nella direzione sangue-liquor, e come valvola di sicurezza in quella liquor-sangue. Nume­rose condizioni patologiche e alcune sostanze tossiche pos­sono alterare la normale funzionalità della b. (es. ischemia, stato ipertensivo acuto, crisi convulsive, meningiti). Bartolino, ghiàndole di, due ghiandole esocrine situate una per lato sulle grandi labbra della vagina; secernono, du­rante il coito, un liquido incolore e vischioso, con funzione lu­brificante.

    bartolinite, infiammazione delle ghiandole di Bartolini. Può essere associata a infiammazione vulvo-vaginale. Si manifesta come una tumefazione dolente a livello delle gran­di labbra; in genere provoca uno stato febbrile. La terapia prevede lo svuotamento chirurgico del materiale purulento, unito a un trattamento antibiotico per via sistemica, i Bartonella bacilliformis (ord. Rickettsiales, fam. Barto- nellacee), coccobacillo gram-negativo, asporigeno, aero- bio. mobile (può essere trasmesso da alcuni flebotomi). Pro­voca la febbre di Oroya o malattia di Carrion, grave anemia febbrile, e la verruca peruviana (perlopiù secondaria, dopo settimane o mesi, alla precedente), una forma cutanea a de­corso lungo ma benigno.

    bartonellosi, malattia infettiva causata dal batterio Barto­nella bacilliformis, limitata ad alcune zone del Sud America dove è presente l’insetto Lutzomia, vettore della malattia, che trasmette mediante la puntura. Il batterio si riproduce nei globuli rossi e danneggiandoli determina una grave ane­mia emolitica, con febbre elevata e dolori, che può anche portare a morte (febbre di Oroya). Talora dà interessamento prevalentemente cutaneo (verruca peruviana). Per la dia­gnosi si ricorre all’esame dello striscio di sangue e all’emo­coltura. La prevenzione si attua mediante la lotta ai vettori; la terapia è antibiotica e di supporto, basalioma, sin. di epitelioma basocellulare. base, la parte inferiore di talune formazioni anatomiche: ba­se cranica, complesso di ossa che formano la parte inferiore del cranio; base polmonare, porzione del lobo inferiore del polmone, quella più vicina al diaframma, base, v. alcalino.

    Basedow, morbo di (o morbo di Graves, o gozzo tossico diffuso), forma di ipertiroidismo, che costituisce forse la ma­lattia endocrinologica più frequente dopo il diabete mellito. Colpisce maggiormente il sesso femminile in età compresa tra i 20 e i 40 anni; esiste una predisposizione familiare a ma­nifestare la malattia. Le cause sono complesse: sicuramente è in gioco un fattore immunitario, forse geneticamente deter­minato, tale da scatenare nel soggetto una reazione anticor- pale contro i propri ormoni e tessuti tiroidei (autoimmunità). Questo aspetto avvicina tale patologia ad alcune forme di ti- roiditi (tiroidite autoimmune, o di Hashimoto). I sintomi e la te­rapia sono sostanzialmente gli stessi dell’ipertiroidismo. bàsico, v. alcalino.

    basilare, arteria, arteria del circolo cerebrale (tronco ba­silare) che si forma dalla confluenza delle due arterie verte­brali; scorre entro il cranio tra il ponte di Varolio e la base del­l’occipitale, per dare poi origine, biforcandosi, alle arterie ce­rebrali posteriori.

    basocellulare, uno degli strati che compongono l’epider­mide.

    basofilìa, abnorme aumento dei granulociti basofili nel sangue (v. basofilo, granulocito). basófilo, granulocito, tipo di leucocito che svolge un im­portante ruolo nelle reazioni allergiche, attraverso la libera­zione di sostanze quali istamina, eparina, serotonina. I gra­nulociti b. costituiscono circa l’1°/o dei globuli bianchi (v. Granulociti p. 924).

    bastoncelli retinici, elementi sensoriali della retina, di forma allungata, presenti in numero maggiore alla periferia della retina e deputati soprattutto alla visione crepuscolare o notturna. Contengono un pigmento, la rodopsina o porpora visiva, che si modifica in presenza di uno stimolo luminoso, permettendo ai b. di trasformare l’energia luminosa in impul­so nervoso.

    batmòtropo, termine che definisce tutto quanto può in­fluenzare l’eccitabilità della fibra muscolare, in particolare quella cardiaca.

    battericidi, sostanze capaci di determinare la morte dei batteri. Possono essere agenti fisici, come il calore, i raggi UV, le radiazioni ionizzanti e le onde sonore; oppure agenti chimici, che vengono divisi in gruppi in base all’effetto biolo­gico determinato sulla cellula batterica: alcuni, come l’alcol, denaturano le proteine cellulari; altri, come i prodotti mercu­riali, la formaldeide, i composti dell’ammonio quaternario e i detergenti cationici, agiscono alterando i gruppi attivi delle proteine enzimatiche; i sulfamidici agiscono con un mecca­nismo di inibizione competitiva, sostituendosi ai metaboliti essenziali, indispensabili per la vita della cellula batterica. Anche gli antibiotici possono svolgere attività b., rappresen­tando i rimedi più efficaci contro le infezioni batteriche.

  • batteriemìa, presenza di batteri nel sangue circolante, batterio, microrganismo unicellulare, procariota, detto an­che schizomicete, di dimensioni variabili da 0,2 a 10 micron. È caratterizzato dalla presenza di una parete cellulare e dal­l’assenza di clorofille. Dalla sua forma, conferita dalla parete cellulare, spesso deriva il nome. I tipi morfologici fondamen­tali sono due: microrganismi sferici, detti cocchi, e microrga­nismi cilindrici, detti bacilli. Sia i cocchi sia i bacilli spesso non si trovano isolati, in quanto durante la divisione cellulare la separazione di ciascuna cellula può risultare incompleta: si hanno cosi cocchi a coppia (diplococchi), o a catena (streptococchi), o a grappolo (stafilococchi), o cocchi a tetra- de. Anche i bacilli possono avere morfologie alquanto diver­se: si distinguono forme a bastoncini, forme streptobacillari (quando i bacilli si moltiplicano ma non si distaccano, dando luogo a formazioni simili a canne di bambù), forme assotti­gliate alle estremità (fusiformi), bacilli con una o due curve (vibrioni o spinili), o elementi con molte curve (spirochete). Gli schizomicéti possono essere mobili o immobili, e la motili­tà è dovuta alla presenza di appendici filamentose, dette fla­gelli o ciglia, che possono variare per posizione, numero e lunghezza. La struttura dei flagelli batterici è diversa da quel­la delle ciglia delle cellule eucariotiche, mentre la composi­zione chimica risulta la stessa. La moltiplicazione batterica avviene in genere per scissione binaria: da una cellula se ne formano due con identico genotipo; questo meccanismo di riproduzione favorisce la trasmissione inalterata delle carat­teristiche ereditarie. Alcuni b., che per tale ragione vengono chiamati sporigeni, hanno però sviluppato, nel corso dell’e­voluzione, un particolare ciclo vitale, che comporta la forma­zione di corpi intracellulari contenenti tutti i costituenti essen­ziali del b., con tegumenti particolari, non riscontrabili nella forma vegetativa da cui hanno preso origine, e che conferi­scono loro grande resistenza agli agenti fisici e chimici: a questo particolare elemento si dà il nome di spora o endo- spora. Si tratta di una forma cellulare quiescente, che può vi­vere per secoli, e quindi rappresenta un grande vantaggio sul piano ecologico per le specie batteriche interessate. Nei confronti degli ospiti, al contrario, l’esistenza delle spore co­stituisce un grave problema: essendo molto resistenti, esse non sono facilrrfente eliminabili e rappresentano un pericolo continuo di infezione, con implicazioni relative alla medicina preventiva e curativa, o in campo chirurgico, o nell’industria alimentare e farmaceutica. I b. per crescere e riprodursi han­no bisogno sia di una sorgente di energia sia di composti contenenti carbonio e azoto. Per quanto concerne la nutri­zione, una prima distinzione può essere fatta tra schizomicé­ti autotrofi e schizomicéti eterotrofi: i primi utilizzano il carbo-

    un i i i—i w w

    BATTERI: AGENTI EZIOLOGICI DELLE INFEZIONI BATTERICHE ISOLABILI NEI DIVERSI DISTRETTI DEL CORPO UMANO
    DISTRETTO (0 MATERIALE) CAMPIONATURA SPECIE BATTERICHE FATTO MORBOSO
    sangue emocolture Streptococcus speciesStaphylococcus aureus Streptococcus pneumoniae Escherichia coli Pseudomonas aeruginosa Listeria monocytogenes Haemophilus influentiae Salmone/la typhi Brucellaspecies batteriemia

    setticemia

    endocardite urinaurineEscherichia coli Klebsiellaspecies Proteus speciesPseudomonas aeruginosa Staphylococcus aureus Chlamydia trachomatiscistiti

    pieionefriti disuria ematuria piuria ecc. escreato e altro materiale; apparato respiratorio

    \ – ‘.iescreato;

    tamponi;

    aspirati

    tracheali;

    secrezioni

    da broncoscopiaStreptococcus pneumoniae Streptococcus, Gruppo AStaphylococcus aureus Haemophilus influentiae Klebsiella speciesCorynebacterium diphtheriae Neisseria meningitidis Bordetella pertussis Legionella speciesMycobacterium speciesriniti

    tracheiti

    bronchiti

    polmoniti

    ecc. liquorliquor, emocoltura; tamponi faringeiNeisseria meningitidis Haemophilus influentiae Streptococcus pneumoniae Streptococcus Mycobacterium tuberculosis Listeria monocytogenesmeningite essudati faringeo e tonsillaretamponistafilococchi Streptococcusspecies Listeria Candidatonsilliti faringiti ecc. a’pparato genitalesecrezioniNeisseria gonorrhoeae Haemophilus ducreyi Mycoplasma speciesChlamydia speciesTrìchomonas vaginalis Candida albicans Herpes simplex virusmalattie veneree ecc. ferite e ascessiaspirati; tamponiStaphylococcus aureus Streptococcus pyogenes Clostridium speciesPseudomonas aeruginosasierosità

    infezioni purulente apparato digerentefeci;

    tamponi rettaliSalmonella species Shigellaspecies Escherichia coli(enterotossico) Vibriospecies Yersinia speciesClostridium difficilediarrea dissenteria occhiotamponi oculariHaemophilus speciesNeisseria gonorrhoeae(neonati) Staphylococcus aureus Streptococcus pneumoniae Streptococcus pyogenes Pseudomonas aeruginosacongiuntiviti orecchio mediotamponi; drenaggiStreptococcus pneumoniae Haemophilus influentiae Pseudomonas aeruginosa Proteus speciesinfezioni acute infezioni croniche ossa ed articolazioniaspiratiStaphylococcus aureus Haemophilus influentiae Streptococcus pyogenes Neisseria gonorrhoeae Streptococcus pneumoniaesinoviti osteomieliti

     

     

    nio e l’azoto sotto forma inorganica; i secondi necessitano per la propria nutrizione di composti organici. Agli eterotrofi appartengono parte dei b. non patogeni e tutti quelli patoge­ni. Una seconda distinzione viene fatta per la fonte di ener­gia: alcuni b. si servono a tale scopo della luce (fototrofi), altri invece traggono energia da legami chimici (chemiotrofi). In base alle esigenze nutritive, i b. si distinguono in due gruppi: saprofiti, se vivono su sostanze prive di vita (si tratta per la maggior parte di specie largamente diffuse nel suolo, nelle acque e in tutta la natura); e parassiti, se si sono adattati a vi­vere su organismi viventi, da cui traggono le sostanze nutriti­ve. I parassiti si differenziano ulteriormente in commensali (simbionti), se albergano nell’ospite senza determinare ma­lattia, e patogeni, se sono in grado di determinarla. Questi ul­timi possono essere patogeni facoltativi, se causano malattia solo in particolari condizioni, oppure patogeni obbligati, se la loro presenza è sempre causa di una forma morbosa. La distinzione tra commensali e patogeni non è assoluta. Quan­do i patogeni penetrano in un organismo e inducono modifi­cazioni funzionali e anatomiche, si dice che è in atto un’infe­zione. La maggior parte delle infezioni in organismi umani è causata da microrganismi trasmessi direttamente da un indi­viduo all’altro, oppure indirettamente attraverso l’acqua, gli

     

    MALATTIE DA BATTERI
    MALATTIA BATTERIO
    bartonellosi Bartonella bacilliformis
    botulismo Clostridium botulinum
    brucellosi Brucella
    colera Vibrio cholerae
    colite pseudomembranosa Clostridium difficile
    difterite Corynebacterium diphtheriae
    framboesia Treponema pertenue
    gonorrea Neisseria gonorrhoeae
    infezioni da Escherichia coli
    Haemophilus influentiae
    Haemophilus parainfluentiae
    Klebsiella pneumoniae
    gen. Proteus
    Providencia rettgeri
    Morganella morganii
    Pseudomonas aeruginosa
    Staphylococcus aureus
    Sfaphylococcus epidermidis
    Streptococcus pneumoniae
    lebbra Mycobacterium leprae.
    legionéllosi Legionella
    leptospirosi Leptospira interrogans
    listeriosi Listeria monocytogenes
    meningite Neisseria meningitidis
    paratifo Salmonella paratyphi
    pertosse Bordetella pertussis
    peste Yersinia pesti’s
    scarlattina Streptococcus pyogenes
    shigellosi Shigella
    sifilide Treponema pallidum
    tetano Clostridium tetani
    tifo Salmonella typhi
    tubercolosi Mycobacterium tuberculosis
    hominis, M.t. bovis
    tularemia Francisella (Pasteurella).
    tularensls
    ulcera molle Haemophilus ducreyi

     

     

     

    indumenti e gli insetti. Caratteristica di tutti i b. patogeni è la virulenza, il cui grado può variare notevolmente non solo fra i diversi ceppi appartenenti alla stessa specie microbica, ma anche nei confronti di uno stesso stipite in rapporto a diverse condizioni ambientali. Un b. patogeno diminuisce di virulen­za se trasferito dal suo ambiente naturale a un terreno di col­tura artificiale. Un ceppo con virulenza diminuita è definito attenuato: se per successivi passaggi su terreni artificiali si ha la totale perdita della virulenza, si parla di ceppo avirulen- to. La virulenza dei b. è influenzata da diversi fattori efizimati- ci (ialuronidasi, coagulasi, lecitinasi, ecc.) e tossici (detti eso­tossine, se liberati nell’ambiente dall’organismo vivente; en- dotossine, se presenti nel corpo cellulare e liberati solo dopo lisi del b.). I b. sono distribuiti su tutta la superficie terrestre. La loro importanza è enorme: basti pensare che molte spe­cie, vivendo su materiali organici, utilizzano i prodotti di rifiu­to del metabolismo di altri organismi e mediante processi di fermentazione liberano carbonio, azoto e idrogeno. I b. in­fluenzano la fertilità del suolo, fissando l’azoto atmosferico e trasformandolo in composti azotati impiegati dalle piante per la sintesi delle proteine. La loro applicazione in campo indu­striale sfrutta le numerose attività chimiche (fermentazioni, idrolisi, ecc.); Alcuni b. sintetizzano, spendendo glucosio e composti amidacei, il butandiolo, sostanza utilizzata nell’in­dustria della gomma sintetica. I destrani, impiegati in terapia come succedanei del plasma sanguigno, sono elaborati da un particolare b. Fra gli enzimi prodotti dai b. si annoverano: amilasi, proteinasi, streptochinasi, ecc. Alcuni b. sintetizza­no il cortisone e il delta-idro-cortisone; altri sintetizzano anti­biotici. (v. tabellehanno come ospite la cellula batterica. I tagi (come vengono comunemente chiamati i b.) possono essere distinti in due grandi categorie, a seconda che il loro genoma abbia o me­no la capacità di inserirsi nel cromosoma del batterio ospite, riuscendo a replicarsi con esso. Infatti alcuni b., una volta compiuta l’infezione, determinano sempre la produzione di nuovi virioni; mentre altri solo eccezionalmente portano a lisi il batterio infettato. I fagi del primo tipo vengono detti virulen­ti; ai secondi si dà il nome di temperati. I batteri che portano integrato nel proprio genoma quello di un fago temperato sono chiamati lisogeni; essi presentano alcune differenze con i progenitori, ad es. non sono più sensibili al b. tempera­to che li ha infettati, né, a volte, a fagi correlati con-quello specifico (immunità delle cellule lisogene). Sulla stessa base si verifica il fenomeno della conversione, per cui i ceppi non tossigeni di Corynebacterium diphteriae, di Streptococcus pyogenes, e anche di altre specie, acquisiscono la capacità di produrre tossina, se resi lisogeni dall’infezione di b. prove­nienti da ceppi tossigeni.

  • batteriolisi, rottura della parete dei batteri, in vivo, o in vi­tro. Si ottiene in particolari condizioni naturali per autolisi op­pure per lisi indotta da agente (batteriofago) o da sostanza .estranea alla cellula batterica (lisozima, complemento, ami­noacidi, sostanze chimiche riducenti o con bassa tensione superficiale). Nella’ reazione immunitaria il complemento esplica un’azione di lisi enzimatica quando gli anticorpi ade­riscono alla superficie dei microrganismi. Un esempio classi­co di b. è il fenomeno di Pfeiffer, per cui vibrioni del colera inoculati nel peritoneo di una cavia immunizzata contro il co­lera dapprima perdono la mobilità e poi scompaiono per lisi.

    batteriolisina, anticorpo capace di attuare specificamen­te la lisi dei batteri che ne determinano la formazione nel san­gue.

    batteriologia, branca della microbiologia che studia i bat­teri dal punto di vista morfologico, chimico e funzionale. Uti­lizza, come metodo di studio, la coltivazione dei batteri su speciali terreni di coltura e quindi l’analisi morfologica (mi­croscopia ottica, a fluorescenza, elettronica), antigenica, metabolica, biochimica e genetica dei microrganismi isolati. Superato il concetto comune che i batteri sono legati esclusi­vamente agli agenti di malattie, la b. è oggi suddivisa in più settori: b. generale, b. medica, b. industriale, b. agraria, batteriostàtici, sostanze che impediscono la crescita dei batteri senza ucciderli. I b. più usati sono il metiolato, i sulfa­midici è alcuni antibiotici.

    batteriuria, emissione di batteri con le urine, indipenden­temente dalla presenza di altri fenomeni patologici, bàttito,pulsazione del cuore o di un’arteria. Un b. cardiaco ectopico è quello che si origina in punti diversi dal nodo se-

     

    o lisogeno

     

    L’inserzione di materiale genetico batterico tramite il profa- go può trasformare le caratteristiche del batterio ospite, ad es. rendendolo tossigeno se prima non lo era.

    BCG

     

    noatriale. Il b. cardiaco fetale è la pulsazione del feto ascolta­rle attraverso le pareti addominali della madre dalla fine del quarto mese di gravidanza; ha particolari caratteristiche, dalla variazione delle quali si possono trarre giudizi sullo sta­to generale del feto stesso.

    BCG, sigla per Bacillo di Calmette e Guerin; v. Mycobacte­rium tuberculosis.

    becco, termine usato per designare formazioni anatomiche normali o patologiche. B. di pappagallo è una sporgenza os­sea di natura patologica, che si può evidenziare nelle verte­bre in caso di spondilartrosi; b. di flauto si dice invece di una frattura, in genere di ossa lunghe, in cui la rima decorre obli­quamente rispetto all’asse del segmento scheletrico, bèchici, farmaci che combattono la tosse con meccani­smo sintomatico. Vanno usati solo quando la tosse è persi­stente, fastidiosa, o si manifesta con violente crisi accessio- nali. È molto utile umidificare l’ambiente, evitare polveri e fu­mo, assumere bevande calde. Per la tosse non produttiva si adottano in genere farmaci che deprimono il centro della tosse, suddivisi in stupefacenti (cocaina, diidrocodeina, zi- peprolo) da usare quando c’è necessità anche di sedazio­ne, e non stupefacenti (clofedianolo, cloperastina, destro- metorfano, clobutinolo, oxolamina, butamirato, difenidrami- na) negli altri casi. Qualora la tosse sia produttiva e l’espetto­rato sia viscoso e difficile da espellere si usano espettoranti che, fluidificandole, aumentano le secrezioni bronchiali,beclometasone, dipropionato, farmaco corticosteroide, molto attivo anche in seguito ad assunzione per via inalato- ria. Trova particolare indicazione nella terapia (preventiva e sintomatica) dell’asma cronica, consentendo la sospensio­ne o la riduzione del dosaggio dei corticosteroidi per via si­stemica, con una sensibile diminuzione degli effetti collate­rali.

    Behcet, malattìa di, affezione a decorso cronico che col­pisce prevalentemente adulti di sesso maschile fra i 20 e i 50 anni. E caratterizzata dalla presenza di afte recidivanti alla mucosa orale e genitale, e da alterazioni oculari (uveite, irite, congiuntivite). È possibile un interessamento di altri organi: sistema nervoso (meningoencefalite), cute (lesioni papulo- pustolose, nodosità), vasi venosi (flebiti e tromboflebiti solita­mente agli arti inferiori), articolazioni (artrite). Le cause non sono ancora ben chiare: si sospetta un’origine virale o aller­gica. Conseguenze gravi sono la cecità totale e il danno ce­rebrale. La malattia presenta periodi di riaccensione e di re­missione: durante le crisi può essere presente la febbre, belladonna (Atropa belladonna, fam. Solanacee), pianta erbacea perenne; se ne usano in terapia le foglie e la radice. La pianta fresca contiene iosciamina che seccando si tra­sforma in atropina, la cui azione farmacologica è quadrupli­ce: paralizza le fibre nervose che vanno ai muscoli lisci; ridu­ce le secrezioni ghiandolari; prima rallenta e poi accelera la pulsazione cardiaca (azione sul vago); determina forte ecci­tazione cerebrale. Tutta la pianta è tossica, e l’avvelenamen­to è mortale o comunque sempre grave. In terapia, sotto stretto controllo del medico, si usa come antispastico, dilata­tore della pupilla e riduttore della salivazione e della sudora­zione. È stata usata per la cura del parkinsonismo. Bell, paràlisi di, v. paralisi a frigore Bence-Jones, proteinuria di, eliminazione urinaria del­l’eccesso di catene leggere di immunoglobuline prodotte nel corso di plasmocitoma, leucemia plasmacellulare, ami- loidosi (v. anche proteinuria).

    benda, fascia di garza o tela, di lunghezza e larghezza va­riabili, usata nelle medicazioni, anche per sostenere un arto infortunato. Le b. gessate sono costituite da garza amidata e cosparse di polvere di gesso; immerse in acqua tiepida, vengono adoperate per le ingessature, bendaggio, sin. di fasciatura (per l’esecuzione v. Bendag­gi e fasciature p. 94).

    benderella, struttura anatomica a forma di nastro. Ad es., b. ottica: fascicolo di fibre nervose che dal chiasma si dirige ai corpi genicolati; ne esiste una per lato.

    henfllinrex farmaco antilinpmirn rhp riHi mpnHn l’attività della lipasi pancreatica diminuisce l’assorbimento intestina­le dei grassi. A livello epatico inibisce la sintesi del colestero­lo e dei trigliceridi; favorisce la penetrazione e l’utilizzazione cellulare del glucosio. Usato in caso di ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia e nei disturbi del metabolismo glucidico. Controindicato in caso di pancreatite. È meglio assumerlo all’inizio dei pasti.

    benzalconio cloruro, tensioattivo dotato di proprietà germicide, detergenti e cheratolitiche. Viene impiegato in soluzioni acquose concentrate per la disinfezione della cute integra, per mantenere sterili strumenti chirurgici, materiali di gomma, ambienti asettici; in soluzione diluita per il lavag­gio e la disinfezione di ferite superficiali, per irrigazioni vagi­nali, sciacqui del cavo orale e instillazioni oculari. È anche utile per la cura di alcune micosi cutanee. Viene addizionato a molti colliri come conservante.

    benzidamina, farmaco antinfiammatorio con azione anti­piretica. Usato per gli stati infiammatori in genere, anche in presenza di febbre. Presenta gli effetti collaterali e le con­troindicazioni degli antinfiammatori non steroidei.benzidina, composto chimico utilizzato come intermedio per la preparazione di importanti coloranti; trova anche im­piego come reagente chimico. Facilmente assorbito dalla pelle, può causare intossicazioni molto gravi a causa della sua notevole tossicità a carico del sangue, del fegato e dei reni. Ha azione cancerogena sulla vescica, benzina,combustibile liquido per motori a scoppio, conte­nente piccole quantità di additivi diversi (antidetonanti, an­tiossidanti, disincrostanti, ecc.). Gli avvelenamenti causati dalla b. (come da etere di petrolio, petrolio) sono piuttosto ra­ri, per via della limitata tossicità di queste sostanze: i sintomi sono costituiti inizialmente da uno stato di ebbrezza e di ecci­tazione euforica. La sua ingestione difficilmente provoca gravi avvelenamenti, poiché il vomito compare subito, favo­rendone l’espulsione (v. anche inquinanti, sostanze), benzocaina, farmaco anestetico locale, associato in pre­parati per uso odontalgico e stomatologico ad altri anestetici locali o antisettici.

    benzodiazepìnici, gruppo di farmaci appartenente alla classe degli psicolettici (composti che inducono depressio­ne del sistema nervoso centrale e sedazione). I b. sono ca­ratterizzati da diverse azioni farmacologiche: ansiolitica, ipnotica, miorilassante e anticonvulsivante. Nel trattamento degli stati di ansia e dei disturbi del sonno su base ansiosa sono preferiti ad altri farmaci (es. barbiturici) per la maggiore efficacia e la relativa sicurezza e tollerabilità. Sono invece- meno efficaci nel trattamento dell’ansia psicotica e per que­sto sono classificati come tranquillanti minori, in contrappo­sizione ai tranquillanti maggiori (fenotiazine e butirrofenoni). Numerosi dati indicano quale principale meccanismo di azione dei b. un potenziamento o facilitazione della trasmis­sione neuronale mediata dal GABA (acido aminobutirrico). Tale neuromediatore inibisce la liberazione di altri neurotra­smettitori (noradrenalina, serotonina, dopamina, ecc.). La via di somministrazione più impiegata è quella orale; la via endovenosa è riservata a trattamenti di emergenza, al tratta­mento dello stato epilettico o all’anestesiologia. Si possono distinguere composti a vita plasmatica medio-lunga (es. clordiazepossido, clorazepato, flurazepam, diazepam) e breve (es. bromazepam, lorazepam, oxazepam, triazolam). Malattie epatiche, età, fumo, assunzione di altri farmaci e fat­tori genetici possono interferire con il metabolismo e l’elimi­nazione. I b. riducono i livelli di ansia in tutte le sue varie for­me e manifestazioni, soprattutto dell’ansia neurotica. Alcuni composti (nitrazepam, flurazepam, flunitrazepam) facilitano il sonno e sono indicati nei casi in cui esso è interrotto più vol­te nella notte o quando è difficile l’addormentamento. Anche se gli effetti collaterali sono modesti (astenia, sonnolenza, difficoltà di concentrazione, talvolta effetti paradossi come agitazione e insonnia), l’uso continuativo non dovrebbe su­perare le 6-8 settimane. Infatti in questi casi la sospensione brusca può causare reazioni o crisi di astinenza (disturbi del

    cnnnn ancia irritabilità ci iHnra-zinno nrnfi ica nai icoa Hnlnri

    muscolari). Le principali controindicazioni e precauzioni ri­guardano la gravidanza e l’allattamento, le malattie epatiche e la miastenia grave. Pertanto l’uso dei b. deve essere atten­to e sotto controllo medico.

    .

  • benzoico, àcido, composto chimico con proprietà anti- fungine e antibatteriche; viene aggiunto in preparati farma­ceutici e prodotti alimentari come conservante. Impiegato soprattutto come antisettico del cavo orale, espettorante, e disinfettante intestinale e delle vie urinarie. L’azione espetto­rante è particolarmente marcata nei suoi sali di ammonio e di sodio; quest’ultimo possiede anche proprietà antireumati­che e antipiretiche, e inoltre è usato come diagnostico per l’esame della funzionalità epatica, benzotiazidici, farmaci diuretici che agiscono a livello del tubulo renale, riducendo il riassorbimento di sodio e aumen­tando l’eliminazione di potassio. I più importanti sono: cloro- tiazide, idroclorotiazide, benzotiazide, clortalidone, fenqua- zone. Usati in caso di lieve ipertensione, scompenso cardia­co, edemi, e qualora sia ridotta l’escrezione di calcio, sono controindicati in caso di insufficienza renale acuta o cronica. Si deve sempre tenere sotto controllo il quadro elettrolitico, mediante esami del sangue e dosaggi degli ioni sodio, po­tassio, magnesio. I segni di squilibrio elettrolitico sono: de­bolezza, sonnolenza, irrequietezza, dolori muscolari, cram­pi, abbassamento di pressione. Sconsigliati durante l’allatta­mento. Sommano agli effetti collaterali degli altri diuretici ipèrglicemia e abbassamento della potassiemia. Aumenta­no la tossicità dell’allopurinolo e dei digitalici. Gli antinfiam­matori ne riducono l’efficacia.

    BERA, abbreviazione di Brainstem Electric Response Au- diometry, tecnica utilizzata in audiometria a risposte elettri­che, per lo studio dei potenziali veloci. Le risposte ottenute non sono modificate dall’uso di sedativi, né dallo stato di ve­glia o di sonno; è inoltre semplice e di rapida esecuzione, e non richiede procedimenti chirurgici come l’elettrococleo- • grafia. Con tale metodica si segue la progressione del poten­ziale d’azione delle strutture nervose delle vie acustiche, dal punto di origine fino al raggiungimento dei centri cerebrali, individuando la sede della lesione che provoca ipoacusia. Berger, malattia di, v. glomerulonefriti. beri-beri, malattia causata dalla carenza di vit. B, o tiami- na. È diffusa presso i popoli che si nutrono prevalentemente di riso brillato, cioè altamente raffinato. La brillatura rimuove la cuticola (strato esterno del chicco di riso), che contiene la maggior parte della vitamina. La malattia può anche essere causata da aumentata richiesta di vit. B, (ipertiroidismo, gravidanza, febbre), alterato assorbimento (diarree croni­che), alterata utilizzazione (gravi epatopatie, soprattutto al­coliche). I sintomi sono costituiti da debolezza mentale, de­bolezza e crampi muscolari, dilatazione cardiaca. La soffe­renza dei nervi periferici è spiccata, coinvolge gli arti inferiori e causa alterazioni della sensibilità, bruciore ai piedi (soprat­tutto di notte), crampi ai muscoli dei polpacci, perdita dei normali riflessi neurologici. La terapia consiste nella sommi­nistrazione di tiamina.

    berilliosi, malattia sistemica dovuta all’introduzione pro­lungata di berillio per via respiratoria, cutanea o digerente. Il berillio viene utilizzato per aumentare la resistenza di alcune leghe metalliche; fino al 1950 veniva impiegato nella prepa­razione di polveri fluorescenti per lampade da illuminazione. A livello polmonare, la b. si può presentare in forma acuta o cronica (simile a pneumoconiosi); sono inoltre possibili ulce­re cutanee. È oggi molto rara (v. anche malattie professio­nali; pneumoconiosi).

    Bernard-Horner, sìndrome di, sindrome conseguente a paralisi del sistema simpatico cervicale, caratterizzata da restringimento pupillare, rientramento del globo oculare, so­lo apparente, e restringimento della rima palpebrale. Le cause sono varie, e interessano a diverso livello le fibre sim­patiche preposte alla motilità oculare: si tratta di lesioni del tronco encefalico, del midollo, delle radici del plesso bra­chiale; tipico esempio di queste ultime è la sindrome di Pan- coast.

    fcifc I A I tHAHA

    Bernard-Soulier, sìndrome di, piastrinopatia congeni­ta assai rara, causata dalla mancanza sulla membrana pia- strinica di un recettore capace di legare il fattore Vili di von Willebrand. La sintomatologia clinica è presente solo negli omozigoti ed è caratterizzata da emorragie cutanee, muco­se e viscerali molto gravi, talvolta mortali. Besnier-Boek-Schaumann, morbo di, sin. di sarcoi- dosi.

    Besredka, desensibilizzazione alla, particolare mo­dalità di somministrazione del siero, impiegata nei casi in cui la sieroprofilassi debba essere eseguita in soggetti ipersen­sibili. Consiste nella somministrazione frazionata, per via sot­tocutanea prima, e intramuscolare poi, iniziando con dosi minime e proseguendo con dosi sempre crescenti, iniettate a intervalli di almeno 15 min. (v. tabella)

    DESENSIBILIZZAZIONE ALLA BESREDKA
    DOSI SIERO DILUIZIONE
    0,05 mi 1:20
    0,1 mi 1:10
    0,3 mi 1:10
    0,1 mi non più diluito
    0,2 mi non più diluito
    0,5 mi non più diluito
    intera dose non più diluito

     

    betabloccanti, farmaci che agiscono inibendo i recettori beta del sistema nervoso simpatico. Il loro effetto principale si esprime a livello del sistema cardiovascolare con diminu­zione della frequenza cardiaca, riduzione della pressione ar­teriosa, stabilizzazione della membrana cellulare, ma hanno anche un effetto a livello bronchiale, in quanto la stimolazio­ne dei betarecettori provoca broncodilatazione. Trovano lar­go impiego nella terapia delle malattie cardiovascolari; nel trattamento dell’ipertensione arteriosa (da soli o associati ai diuretici); della cardiopatia ischemica da insufficienza coro­narica (angina pectoris), perché riducono il lavoro cardiaco; in alcune forme di aritmie ipercinetiche; in soggetti con pre­gresso infarto che sviluppino aritmie ventricolari. Alcuni di essi sono selettivi per i recettori beta, (che si trovano nel cuore); altri per i beta2 (che sono in bronchi, utero, vasi). Possono determinare disturbi intestinali, freddo alle estremi­tà, bradicardia, ipotensione, depressione, allucinazioni e in­cubi notturni, crampi muscolari, astenia, impotenza. La loro efficacia è ridotta dall’associazione con barbiturici, fumo, ri- fampicina; ne aumentano l’effetto gli estroprogestinici, l’idra- lazina. Sono controindicati in caso di scompenso cardiaco, ipotensione, asma bronchiale, terapia antidiabetica. Sono sotalolo, propanololo, oxprenololo, alprenololo, metoprolo- lo, acebutolo, atenololo, pindololo. betanidina, farmaco antipertensivo, poco usato per i suoi numerosi effetti collaterali (ipotensione ortostatica marcata, astenia, diarrea, ritenzione idrica, depressione psichica),betastimolanti, farmaci attivi sui recettori beta del sistema nervoso simpatico. Riducono il tono arteriolare, la pressióne sanguigna; la loro azione sul cuore provoca un aumento del­la frequenza, della forza di contrazione e della eccitabilità ventricolare; provocano broncodilatazione. Sono: isoprote- rolo, dobutamina, orciprenalina, salbutamolo, terbutalina, fenoterolo, trimetochinolo. Impiegati in caso di asma bron­chiale, debbono essere usati con prudenza, soprattutto se sotto forma di aerosol, perché la facilità di impiego può de­terminare l’abuso nel consumo, dovuto all’assuefazione, che porta al progressivo aumento delle dosi. Sono controin­dicati in caso di ipertiroidismo e insufficienza coronarica, beta-talassemìa, v. taiassemia. betaterapìa, terapia effettuata con raggi beta (R(3), ovvero con fasci di elettroni prodotti da acceleratori lineari. A causa dello scarso potere penetrante dei raggi beta, è indicata per il trattamento di affezioni cutanee.

    BICIPITE

     

    betatrone, sorgente di radiazioni ohe produce elettroni (raggrbeta, o R(3) e raggi gamma (Ry), o, più propriamente, quanti gamma. Il b. è uno dei tipi di macchine acceleratici di particelle, progettate inizialmente per lo studio della fisica nucleare e impiegate ora anche per la diagnosi radiologica e per la cura di tumori. In particolare, il b. è un acceleratore circolare nel quale gli elettroni vengono accelerati da un campo elettrico: durante l’accelerazione percorrono moltis­sime volte la stessa orbita circolare, dalla quale vengono fatti uscire quando hanno raggiunto l’energia richiesta. Con un particolare procedimento, si può ottenere, invece di un fa­scio di elettroni, un fascio di raggi gamma, bezoario, ammasso di sostanze estranee accumulatesi nello stomaco; si tratta più spesso di fibre vegetali (fitobezoa- ri), ma anche di peli e capelli (tricobezoari): possono essere causa di dispepsie e, nei casi più gravi, di occlusione intesti­nale. Se il b. è causa di disturbi, la terapia è chirurgica, con asportazione dello stesso.

    oc i n i nunc

    biancospino (Crataegus oxyacantha, fam. Rosacee), pianta arbustiva; se ne usano in terapia le sommità fiorite, che contengono flavonoidi, un olio essenziale, steroli e triter- peni. L’azione terapeutica si svolge a livello della circolazio­ne coronarica e soprattutto come sedativo nervoso antispa­smodico. Il b. è quindi un cardiosedativo utile nelle tachicar­die, nelle palpitazioni e manifestazioni d’ansia derivanti dalla menopausa, negli squilibri neurovegetativi e nell’angina pectoris. È utile anche nell’ipertensione. È inoltre un vasodi­latatore coronarico e periferico. Si utilizzano l’infuso dei fiori e i vari tipi di estratti (tintura madre, macerato glicolico). bìbite, bevande dissetanti analcoliche. Possono essere gassate o non gassate, confezionate in bottiglia o in altri reci­pienti a chiusura ermetica, preparate con acqua potabile o minerale. Contengono una o più delle seguenti sostanze: succo di frutta; infusi, estratti di frutta o di parti di piante com­mestibili; essenze naturali; saccarosio; acido citrico, acido tartarico. Le b. a base di frutta a succo (uva, arancia, mela, ecc.) devono contenere almeno il 12% di succo naturale, con una percentuale massima di acqua del 90%, mentre quelle a base di frutta non a succo (cola, cedro, chinotto) de­vono avere una percentuale di acqua al massimo del 92%, senza però che siano prescritte le percentuali minime della frutta. Le b. gassate possono inoltre essere divise in quattro grandi gruppi: le ‘gazzose’ e le ‘spume’ aromatizzate nei va­ri gusti; le bevande gassate a base di succhi di frutta (es. aranciate, limonate); le ‘cole’; le cosiddette ‘acque toniche’ con aggiunta di china. Tutte queste b., tranne rare eccezio­ni, sono fortemente zuccherate; passata l’istantanea sensa­zione di fresco, tenderanno a prolungare la sete, oltre ad avere una funzione ingrassante e favorente la formazione della carie; inoltre, quelle a base di cola sono estremamente acide (controindicate in caso di ulcera) ed eccitanti del siste­ma nervoso centrale. Gli elementi che distinguono ogni b. sotto il profilo del gusto e dell’aroma sono gli estratti vegetali, il caramello, l’acido fosforico, il gas addizionato e la caffeina, sostanza stimolante del sistema nervoso, in quantitativi di circa 90-120 mg/litro, pari a quelli contenuti in una normale tazzina di caffé, e questo è uno dei tanti motivi che deve in­durre a sorvegliare il consumo di tali bevande, quanto meno da parte dei bambini. Dal punto di vista nutritivo le b. non hanno una funzione positiva, possono anzi essere giudicate negativamente sia per la presenza di coloranti sia per l’ele­vato contenuto di zucchero. Inoltre la loro acidità inattiva l’enzima ptialina (della saliva) ostacolandola digestione de­gli amidi, e inibisce la secrezione di acido cloridrico, neces­sario alla digestione delle proteine nello stomaco, bicarbonato di sodio, farmaco antiacido neutralizzante déll’acido cloridrico; porta all’aumento della riserva di alcali nel sangue, per ciò è anche usato nella correzione degli stati di acidosi metabolica. Controindicato in caso di scompenso cardiaco, ipertensione, insufficienza renale. Può dare debo­lezza, vertigine, febbre, ipotensione: sono invece normali fe­nomeni di flatulenza, singhiozzo, eruttazioni, dovuti alla libe­razione di anidride carbonica. Non assumere con il latte, bicìpite, mùscolo, ogni muscolo che abbia a un’estremi­tà due tendini destinati all’inserzione su due distinti capi arti­colari. (v. tabella)

    BICIPITE

    LOCALIZZAZIONE INSERZIONI FUNZIONE
    DEI TENDINI
    del braccio alla scapola e flessione
    o brachiale al radio dell’avambraccio
    sul braccio
    della coscia alla tuberosità flessione della
    o femorale ischiatica; gamba sulla
    alla fibula e al coscia
    perone

     

    Biermer-Addison, anemia di, sin. di anemia perni­ciosa.

    bifocale, riferito a sistema ottico caratterizzato da due diffe­renti distanze focali; in particolare, detto di lente per occhiali divisa in due parti, con due distanze focali diverse, in modo che la parte superiore serva per la visione a distanza, quella inferiore per la lettura o la visione ravvicinata, bigeminismo, aritmia caratterizzata dall’alternanza co­stante di una sistole con un’extrasistole. biguanidi, ipoglicemizzanti orali, derivati dalla biguanidi- na. Le principali sono la fenformina e la metformina. Vengo­no utilizzate nella terapia del diabete mellito di tipo 2 (o non insulino-dipendente), e precisamente nei casi in cui si asso­ciano dislipidemia e sovrappeso. L’effetto ipoglicemizzante è dovuto a vari meccanismi d’azione extrapancreatici: ridu­zione dell’assorbimento intestinale del glucosio; aumento
    dell’utilizzo del glucosio soprattutto a livello muscolare; inibi­zione della gluconeogenesi epatica; aumento delle lipolisi del tessuto adiposo con conseguente liberazione di acidi grassi in circolo; azione anoressizzante, forse dipendente dal malassorbimento prodotto a livello intestinale dalle b. L’impiego delle b. è fortemente limitato dal pericolo di accu­mulo di acido lattico con rischio di coma lattacidemico; per questo motivo le controindicazioni all’uso di tali farmaci sono particolarmente rigide e riguardano soggetti al di sopra dei 70 anni, coloro che soffrono di malattie epatiche o renali, eti­listi, malati di affezioni cardiovascolari e broncopolmonari. Le b. vengono talora utilizzate nella terapia del diabete non insulino-dipendente, in associazione alle sulfaniluree.

  • bilancio azotato, l’indice del ricambio delle proteine e de­gli aminoacidi; si determina dal rapporto tra la quota di pro­teine introdotte con gli alimenti e la quantità perduta nello stesso intervallo di tempo. Essendo trascurabile il tasso di prodotti terminali del catabolismo proteico eliminati per via intestinale, il valore dell’azoto urinario fornisce in pratica un’indicazione attendibile delle perdite azotate. Pertanto si parla di ‘equilibrio del b.’ quando l’escrezione urinaria del­l’azoto ha un valore pari alla quota introdotta con le proteine della dieta. L’organismo tende a mantenere tale equilibrio, compensando entro certi limiti le variazioni delle entrate con un più o meno elevato catabolismo proteico. Il bilancio del­l’azoto è negativo durante il digiuno prolungato, nel diabete pancreatico e in altre turbe del sistema endocrino; è positivo durante l’allattamento e la convalescenza da gravi malattie, o per la somministrazione di anabolizzanti. bilancio energètico, è il parametro di valutazione del ri: cambio materiale costituito dal rapporto tra le entrate e le uscite dei diversi costituenti organici dell’organismo. Il valo­re delle entrate è fornito dallaquantità totale dei materiali ali­mentari assimilati, mentre le uscite si ricavano dalla somma dei componenti organici (carboidrati, lipidi, proteine) che nello stesso intervallo di tempo vengono-perduti attraverso processi di escrezione e di secrezione. In stretto rapporto con il b. varia anche il bilancio organico, la cui determinazio­ne dipende dalla qualità e dalla quantità dei costituenti chi­mici degli alimenti e dal loro valore calorico; dai prodotti di eliminazione urinaria e intestinale; dall’ossigeno assunto dal­l’organismo e dalla quantità di anidride carbonica emessa; dall’energia irradiata sotto forma di calore o perduta come lavoro. Tali parametri sono da valutare in un intervallo di tem­po standard. Quando il contenuto calorico della dieta è infe­riore al dispendio energetico, il b. dell’organismo è negativo; a ciò lo stesso organismo sopperisce attraverso la mobilizza­zione e la successiva utilizzazione dei depositi tessutali di gli­cogeni, di proteine e di grassi, fenomeno evidenziato dalla perdita di peso corporeo.

    bilancio idrico, rapporto tra la quantità di acqua introdot­ta e quella escreta dall’organismo nelle 24 ore, tenendo con­to di tutti i liquidi introdotti per via orale, come tali o contenuti negli alimenti, e di quelli escreti non solo per via urinaria ma anche attraverso i polmoni e la cute, bile, soluzione acquosa prodotta’ dalle cellule epatiche e dalle cellule dei canalicoli (duttuli) biliari, poi concentrata dal­la colecisti. Il volume di b. prodotta quotidianamente varia da 500 a 1500 mi. La b. è composta da acqua, sali biliari, bi­lirubina coniugata, elettroliti, proteine, alcuni metalli (zinco, ferro e rame), colesterolo, fosfolipidi e muco. A digiuno la contrazione costante dello sfintere di Oddi impedisce che la b. epatica entri nel duodeno, e la fa defluire nella colecisti, dove viene concentrata fino a 10 volte rispetto al volume ini­ziale. La colecistochinina-pancreo-zimina, ormone prodotto dalla mucosa del duodeno in risposta al pasto, stimola la co­lecisti a contrarsi e lo sfintere di Oddi a rilasciarsi, permetten­do cosi il deflusso della b. nel duodeno. La b. svolge diverse funzioni: permette l’assorbimento intestinale dei grassi ali­mentari e delle vitamine liposolubili (A, D, E, K); è il principale veicolo di eliminazione di numerose sostanze tossiche, di farmaci e dell’eccesso di colesterolo; permette l’escrezione della bilirubina.

    L’assimilazione varia in funzione del contenuto di azoto in­trodotto con gli alimenti. Per mantenere il bilancio azotato in equilibrio, l’organismo può aumentare l’eliminazione demo­lendo più proteine.

    bilharziosi, sin. di schistosomiasi.

    biliari, àcidi, composti derivati dal colesterolo, prodotti dal fegato; costituiscono circa il 12% della bile. Gli acidi b. si di­vidono in primari, cioè formati direttamente dal fegato (acido colico e acido chenodesossicolico), e secondari (acido lito­colico e acido desossicolico), formati nell’intestino a partire da quelli primari. Prima di essere secreti nella bile gli acidi b. vengono coniugati nel fegato con gli aminoacidi glicina e taurina, per formare i cosiddetti sali biliari. Dalla bile passano poi nell’intestino: la quota più importante viene assorbita nel­la parte terminale dell’intestino tenue (ileo distale). La porzio­ne che non viene assorbita passa nel colon, dove la flora batterica metabolizza gli acidi b. primari e li trasforma in se­condari: parte di questi viene riassorbita e portata al fegato tramite il sangue portale, dove si ha captazione e nuova se­crezione nella bile (circolo enteroepatico). Il contenuto cor­poreo di acidi b. oscilla fra 3-4 g, ed è sottoposto al circolo enteroepatico circa due volte per pasto, per un totale di 8-10 volte al giorno. La quota non riassorbita dal fegato viene eli­minata con le feci: questa perdita viene compensata da una corrispondente sintesi epatica. Le funzioni degli acidi b. so­no: agire sui grassi alimentari formando le cosiddette micel- le, che ne permettono l’assorbimento; mantenere in soluzio­ne gli altri costituenti della bile; facilitare l’escrezione biliare del colesterolo; facilitare il trasporto e l’assorbimento delle vi­tamine liposolubili (A, D, E, K). In alcuni stati patologici si può avere un accumulo di acidi b. (es. epatopatie, colestasi) o una loro eccessiva perdita (es. diarree croniche), biligrafìa, sin. di colangiografia o di colecisto-colangio- grafia.

    BILANCIO AZOTATO
    assimilazione di azoto (nei diversi composti) variabile secondo età, alimentazione,

    bilirubina, pigmento biliare prodotto dal catabolismo del- l’eme, proveniente dall’emoglobina dei globuli rossi in disfa­cimento, da quella dei precursori di globuli rossi nel midollo, e dalle proteine del fegato e altri tessuti contenenti eme. La b., prodotta dalla distruzione dei globuli rossi invecchiati o patologici, viene trasportata tramite il sangue al fegato; qui viene captata e coniugata con acido glucuronico per essere escreta nella bile. Tutte le condizioni in cui si ha un aumento della produzione di b. (es. itteri emolitici), una mancata cap­tazione o coniugazione (es. epatopatie), una difficoltosa escrezione della bile (es. colestasi), portano a un eccesso di b. in circolo, cioè all’ittero. La b. escreta con la bile nell’inte­
    stino viene deconiugata e trasformata dalla flora batterica in­testinale in composti denominati genericamente stercobili- nogeni: la maggior parte di questi viene escreta con le feci; una parte viene riassorbita e riescreta con la bile; una picco­la parte raggiunge le urine come urobilinogeno. La b. circola nel sangue in forma coniugata, o diretta, e in forma non co­niugata, o indiretta.

    bilirubinemìa, quantità di bilirubina contenuta nel siero, normalmente compresa fra 0,3 e 1 mg/100 mi. In genere la maggior parte si trova nella forma indiretta, cioè non coniu­gata dal fegato con acido glucuronico: la forma diretta corri­sponde invece alla frazione coniugata. Quando la b. supera il limite massimo, si ha iperbilirubinemia.bilirubinogènesi. insieme di processi metabolici che nel­l’organismo portano alla biosintesi della bilirubina,bilirubinuria, presenza patologica di bilirubina nelle urine. La bilirubina non coniugata, circolando strettamente legata all’albumina, non viene filtrata dal rene e quindi non si trova nelle urine: solo la bilirubina coniugata è presente nell’urina. La b. può essere il segno più precoce di epatopatia, e confe­risce un colore scuro (giallo-marrone) alle urine, biliverdina, pigmento biliare di colore verde derivato dalla trasformazione della bilirubina. Questa reazione avviene in presenza di bilirubina coniugata; quindi la b. si forma in quantità aumentata in presenza di iperbilirubinemia e biliru­bina coniugata: per questa ragione talora nell’ittero marcato si ha una colorazione verdastra della cute. Biliings, mètodo di (o metodo del muco cervicale), meto­do di controllo delle nascite, che si fonda sulla ricerca e sul­l’osservazione delle caratteristiche del muco cervicale. Tale muco in fase immediatamente preovulatoria diviene abbon­dante e filante, mentre subito dopo l’ovulazione diminuisce nettamente di quantità e perde completamente la filanza. È un metodo naturale, economico, relativamente facile, ma non sicuro. Infatti, se usato da solo, altre perdite vaginali possono trarre in inganno, ma soprattutto la sicurezza con­traccettiva si ha solo nella seconda parte del ciclo, quando il muco è scomparso del tutto. Bing, prova di, v. acumetria

    binoculare, che si riferisce ai due occhi (es. visione b. è quella che avviene mediante entrambi gli occhi),biocatalizzatore (o bioregolatore), sostanza che accelera o ritarda le reazioni dei sistemi biochimici negli organismi vi­venti (sono b. gli enzimi, i coenzimi e i cofattori enzimatici), biochìmica, branca della biologia che studia la composi­zione chimica e i processi chimici propri della materia viven­te. La b. quindi si occupa della struttura e della biosintesi del­le molecole organiche contenute nelle cellule; della trasfor­mazione dell’energia; del metabolismo cellulare, bioclimatologìa, disciplina che si occupa dei rapporti, di­retti o indiretti, fra le caratteristiche fisiche e chimiche del­l’ambiente e i viventi.

    biodegradàbile, si dice di un composto chimico, e quindi di un materiale, che può subire una degradazione da parte dei microrganismi, della luce o della temperatura. Il compo­sto viene trasformato in un altro, genericamente più sempli­ce, spesso inorganico e solitamente meno nocivo e riutilizza­bile dall’ambiente (v. biodegradazione),biodegradazione, processo biologico mediante il quale viene scomposta (a vari gradi) la struttura molecolare di un composto chimico, solitamente di natura organica. L’ener­gia che deriva da tale processo viene utilizzata dai microrga­nismi stessi per le loro necessità vitali e per il movimento. I prodotti della b., a loro volta, sono in parte utilizzati dai mi­crorganismi stessi come materiale per la propria crescita, e in parte restituiti all’ambiente, impedendo l’accumulo e for­nendo al mondo vegetale materia prima per il suo sviluppo, biodisponibilità, termine indicante la quantità di farmaco che entra nell’organismo dopo la somministrazione di una preparazione farmaceutica, e la facilità con la quale viene assorbito ed è quindi disponibile per esercitare l’attività far­macologica. Perché una sostanza abbia il suo effetto farma­cologico, è necessario che raggiunga concentrazioni suffi­cienti a livello dei recettori degli organi che debbono rispon­dere alla sua azione. La b. è completa e rapida dopo sommi­nistrazione per via venosa, mentre per tutte le altre vie, e per le diverse preparazioni farmaceutiche, dipende da molti fat­tori, legati alla sostanza che deve essere assorbita, ai pro­cessi di produzione, alle condizioni generali del soggetto. Per quel che riguarda la via orale, si ha un’influenza notevo­le dovuta ai tempi di assunzione (se il farmaco è ingerito in­sieme al cibo l’assorbimento è rallentato), al pH gastrointe­stinale, alla motilità del tratto digerènte, alle trasformazioni biochimiche che si verificano nel lume e sulla parete del tubo digerente, alla flora batterica, agli enzimi digestivi, alla sua metabolizzazione epatica. Per la via di somministrazione in­tramuscolare sono importanti il luogo di iniezione (che di fat­to risulta essere il pannicolo adiposo), i disturbi circolatori lo­cali, l’insolubilità al pH dei tessuti, variazioni rispetto alle dilui­zioni ottimali raccomandate dalla casa, la presenza di feno­meni di inattivazione locale. Il problema della b. ha spesso grande importanza pratica, in quanto per molti farmaci si è osservato che la variazione di quota disponibile è notevole; ciò diventa determinante nei casi in cui, risultando inefficace la terapia, si può arrivare al sovradosaggio, con effetti talvol­ta tossici. Per evitare inconvenienti, nelle modalità di assun­zione dei farmaci è bene seguire scrupolosamente le norme suggerite dal fabbricante e le prescrizioni del medico,bioelementi, insieme degli elementi chimici che entrano nella composizione della materia vivente. I costituenti ordi­nari degli organismi animali e vegetali ammontano a una trentina circa e vengono solitamente suddivisi in tre gruppi: macrocostituenti o elementi plastici; microcostituenti od oli­goelementi; microcostituenti accidentali,bioelettricità, insieme dei fenomeni elettrici che si produ­cono nella materia vivente e che sono riconducibili a diffe­renze di potenziale tra l’interno e l’esterno della cellula oppu­re tra interi distretti organici quali i muscoli, il cuore, l’encefa­lo, le pareti assorbenti dell’intestino, l’apparato tubulare del rene, le formazioni nervose centrali e periferiche, ecc. bioenergètica, disciplina che si occupa della trasforma­zione dell’energia negli organismi viventi,biofìsica, disciplina che studia con metodi fisici e matema­tici lo stato della materia vivente e la natura dei fenomeni che in essa si svolgono.

    biofisiologìa, disciplina che studia l’organogenesi, la morfologia e la fisiologia degli organismi; fa parte della biolo­gia.

    bioingegnerìa, scienza interdisciplinare che studia l’ap­plicazione delle conoscenze dell’ingegneria, della fisica e dell’elettronica alla biologia in generale e alla medicina in particolare. Interviene nella progettazione e realizzazione di apparecchiature scientifiche utilizzate nella diagnosi e nella terapia; nello sviluppo di tecnologie utilizzate per l’elabora­zione delle immagini biologiche ottenute con metodiche tra­dizionali (raggi X) o con nuove tecniche (es. la risonanza nu­cleare magnetica); nell’identificazione di materiali sempre più biocompatibili, aventi cioè la proprietà di venire a contat­to diretto dei tessuti senza causare lesioni, anche nel tempo. In particolare progressi in questo settore hanno consentito la realizzazione di protesi interne sempre più sofisticate ed effi­cienti (protesi vascolari, protesi articolari) e di apparecchia­ture per il supporto delle funzioni vitali compromesse (es. le macchine cuore-polmone per la circolazione extracorporea impiegate in cardiochirurgia, o le membrane usate per la de­purazione del sangue dalle tossine circolanti). L’ulteriore svi­luppo della b. appare indirizzato verso un costante perfezio­namento nel settore degli organi artificiali, in grado di sosti­tuire in qualche misura la funzione naturale: oltre al rene arti­ficiale, da tempo ormai entrato nell’uso clinico, esistono cuo­ri artificiali, pancreas artificiali, organi sensoriali artificiali co­me l’occhio bionico, ecc.

    biologia, insieme delle discipline che studiano gli organi­smi viventi in tutte le loro manifestazioni e le leggi che li rego­lano. Le discipline biologiche si differenziano sia per l’ogget­to sia per l’indirizzo e i metodi di studio; si suddividono in b.

    generale, b. molecolare, b. speciale e applicata. La b. gene­rale studia l’organismo in sé stesso (citologia, istologia, em­briologia, anatomia comparata, biofisica, biochimica, bio­metria, patologia generale) e l’organismo nei suoi rapporti con l’ambiente, con altri organismi (ecologia) e con la di­scendenza (genetica). La b. molecolare è una branca della moderna b. che studia, avvalendosi di sofisticati metodi d’in­dagine, le strutture elementari della materia vivente, cioè le strutture molecolari (di qui la definizione) che la costituisco­no. Oggetto particolare di studio è la composizione del ma­teriale genetico, cioè delle catene di DNA e di RNA, in condi­zioni normali e patologiche. L’analisi delle sequenze degli aminoacidi che costituiscono gli enzimi ha permesso la rea­lizzazione di enzimi sintetici, ottenuti in laboratorio, e una mi­gliore comprensione del loro meccanismo d’azione; in cam­po patologico, la b. molecolare si occupa dello studio delle malattie genetiche, attraverso l’esatta localizzazione dei sin­goli geni a livello delle catene di DNA, offrendo, oltre a inte­ressanti prospettive terapeutiche, buone possibilità di una diagnosi estremamente precoce, durante le prime settima­ne di vita intrauterina (questo vale per malattie relativamente diffuse come la fibrosi cistica, la talassemia, la drepanocitosi, l’ipercolesterolemia familiare, l’emofilia classica). Un altro settore di notevole importanza della b. molecolare è quello dell’oncologia (v. oncogèni). Dallo studio dei fenomeni bio­logici a livello molecolare è discesa un’altra particolare disci­plina, la cosiddetta ingegneria molecolare (o ingegneria ge­netica, in quanto opera sul patrimonio genetico), in grado di intervenire, grazie all’impiego di tecnologie estremamente sofisticate, direttamente sulla struttura delle molecole del DNA e dell’RNA, per modificarla e ottenere cosi nuove strut­ture e nuove sostanze. Dalle applicazioni della b. molecolare sono derivati gli anticorpi monoclonali, che possono essere utilizzati in campo diagnostico e a scopo terapeutico. Altre metodiche consentono di innestare segmenti isolati di DNA (corrispondenti a unità geniche) all’interno di elementi batte- • rici semplici in modo da moltiplicarli a piacimento, rendendo possibile la sintesi di proteine umane da usare in terapia (in­sulina, ormone della crescita, fattore VII dell’emofilia, interfe- ron, ecc.), in campo diagnostico, per la sintesi di vaccini. La b. speciale considera separatamente i vari gruppi di viventi dividendoli in animali (zoologia) e vegetali (botanica) e, a lo­ro volta, in tanti rami quanti sono i loro gruppi (elmintologia, ittiologia, batteriologia, micologia, ecc.). Comprende anche la paleontologia e l’antropologia. La b. applicata si interessa degli esseri viventi in rapporto ad altri campi scientifici, biomàcchina, apparecchiatura realizzata per impiego specificamente biomediGO. Sono b. i dispositivi come i respi­ratori, le macchine per l’assistenza alla circolazione, i reni ar­tificiali che, per la loro interazione con fluidi biologici, spesso molto delicati, hanno richiesto criteri di impostazione proget- tativa derivanti da due considerazioni fondamentali: il com­portamento fisico e organico del fluido biologico trattato e il livello tecnologico acquisito nel campo dei materiali biocom­patibili.

  • biometrìa, disciplina che si serve di metodi matematici, in particolare statistici, per analizzare problemi biologici che si possono esprimere quantitativamente, cioè mediante mi­sure.

    biònica, disciplina che studia gli organismi viventi allo sco­po di allestire modelli teorici e relative costruzioni concrete che ne simulino le funzioni tipiche.

    biopsia, prelievo di tessuto vitale da sottoporre a esame istologico per scopo diagnostico. Viene eseguita con tecni­che e modalità diverse. La b. incisionale consiste nel prelie­vo di un frammento limitato del tessuto patologico: nel caso di formazioni superficiali (tiroide, mammella, linfonodi) viene effettuata mediante aghi speciali (agobiopsia), da cui si rica­vano piccoli frustoli di tessuto corrispondenti al diametro in­terno dell’ago. L’agobiopsia può essere effettuata su visceri (fegato, pancreas, rene, prostata) sotto la guida degli ultra­suoni (b. ecoguidata) o mediante TAC. Nel caso di organi esplorabili mediante endoscopia (stomaco, colon, bronchi) il

    prelievo viene eseguito con apposite pinze collegate all’en­doscopio; frammenti di tessuto possono essere prelevati an­che nel corso di esplorazione endoscopica della cavità ad­dominale (laparoscopia) o toracica (mediastinoscopia). La b. incisionale ‘a cielo aperto’ è quella che viene praticata du­rante l’intervento chirurgico. La b. escissionale comporta la rimozione totale del tessuto patologico con adeguato tessu­to sano circostante allo scopo di determinare i limiti della le­sione e pianificare l’interventp terapeutico più adatto: tipico è il caso dei tumori della mammella, biopsia cutànea, mezzo d’indagine molto importante e comune nella diagnosi delle dermatosi. Consiste nel prelie­vo, in anestesia locale, di tessuto con lesioni, poi sottoposto a esame istologico al microscopio ottico o elettronico, bioritmo, teorìa del, studio delle variazioni di comporta­mento, di prestazioni, di umori, che avvengono ciclicamente in ogni individuo. Si suppone che esistano tre cicli di energia fondamentale: il ciclo intellettuale, che influisce sulla concen­trazione e sulle capacità di apprendimento (durata di 33 giorni); il ciclo emotivo, che controlla gli umori, la creatività e la vita emotiva (durata di 28 giorni); il ciclo fisico, che control­la la forza, la coordinazione e lo slancio (durata di 23 giorni). In generale la teoria del b. è applicata per diminuire lo stress e imparare a sfruttare al meglio le proprie capacità. È stata usata nella prevenzione degli infortuni nell’industria, nella determinazione del periodo più adatto per un intervento chi­rurgico, ma soprattutto nello sport per trovare il momento più favorevole alle prestazioni di massimo impegno, biosìntesi, sintesi di composti chimici effettuata da organi­smi viventi o comunque realizzata nell’interno di essi. La ca­pacità di b. è un requisito fondamentale della materia viven­te che garantisce la formazione e il ricambio dei componenti cellulari, nonché un regolare svolgimento degli scambi ener­getici.

    biòssido di carbonio, v. anidride carbonica.

    Biot, respiro di, tipo di respiro caratterizzato da quattro o cinque atti inspiratori consecutivi di ampiezza normale e di uguale profondità, separati da un breve periodo di apnea. Si osserva nel corso di encefaliti, sindromi meningee, tumori endocranici ed è indice di prognosi grave, biotina (o vit. H), vitamina idrosolubile contenuta nelle ver­dure, nei legumi e nelle carni, e prodotta anche dalla flora batterica intestinale. Essendo presente in molti alimenti, è molto improbabile che si possa verificare una sua carenza: tuttavia, poiché il bianco dell’uovo (albume) contiene una proteina, l’avidina, che lega strettamente la b., uno stato ca- renziale si può verificare negli individui che mangiano gran­di quantità di uova crude. La b. partecipa alle reazioni di sin­tesi degli acidi grassi, al metabolismo degli aminoacidi e alla formazione del glicogeno: la sua carenza causa affatica­mento, depressione, nausea, dolori muscolari, dermatiti e infiammazioni della lingua (glossite), biovulari, gemelli, quelli nati dalla fecondazione e dallo sviluppo indipendente di due uova distinte, il cui patrimonio genetico è per il 50% uguale, mentre per i gemelli monozi­gotici è del tutto uguale (100%).

    bipolari, cellule, cellule nervose dotate di due prolunga­menti: ad es. alcune cellule dei gangli nervosi e del quinto strato della retina dell’occhio dei vertebrati, birra, bevanda ottenuta dalla fermentazione alcolica con ceppi del batterio Saccharomyces cerevisiae o Saccharo- myces carlsbergensis, di mosti preparati con malto di orzo e acqua, resi amari con luppolo. La b., qualunque sia il tipo, contiene oltre all’acqua, alcol, anidtlde carbonica (fino allo 0,5%), quantità più o meno grandi di sostanze disciolte (zuc-

    BIRRA

    TIPO GRADAZIONE ALCOLICA
    leggera <3°
    media gradazione 3° -6°
    alta gradazione >6°

     

    cheri, destrine, sali organici e inorganici). Costituisce perciò una bevanda energetica (da 30 a 60 kcal per 100 mi a se­conda dei tipi). In alcuni Paesi sono in vendita b. a bassissi­mo tenore di alcol per combattere l’espansione dell’etilismo, (v. tabella)

    bisessuale, individuo adulto che si sente attratto erotica­mente (e quindi desidera avere rapporti sessuali) da perso­ne di entrambi i sessi. Alcuni uomini e donne alternano il ses­so del partner in maniera casuale, a seconda delle circo­stanze e della disponibilità dei partner stessi, ma più spesso il soggetto b. ha una chiara preferenza per l’uno o per l’altro sesso.

    bisessualità, termine usato in biologia per indicare l’esi­stenza nello stesso organismo degli apparati riproduttivi ma­schile e femminile-Tale condizione, normale in certe specie animali, è invece nella specie umana sempre patologica ed è sinonimo di ermafroditismo vero (presenza di tessuto ova- rìco e testicolare). Sul piano psichico questo termine, preso a prestito dalla biologia, indica la coesistenza di atteggia­menti maschili e femminili negli individui dell’uno e dell’altro sesso. In campo sessuologico definisce la condizione del­l’individuo bisessuale.

    bismuto, sali di, usati come farmaci (soprattutto il nitrato basico, il carbonato e il salicilato) antidiarroici e antiulcera. Sono stati praticamente abbandonati per i loro notevoli effet­ti collaterali.

    bissinosi, forma di pneumoconiosi dovuta a una proteina sensibilizzante, non ancora identificata, contenuta nelle fibre di cotone e juta, che colpisce gli addetti alle prime fasi della lavorazione. La b. è caratterizzata in un primo tempo da broncocostrizione periodica, quindi da bronchite cronica ed enfisema. Molto importante è l’assunzione di adeguate mi­sure preventive sul luogo di lavoro (v. malattie professio­nali).

    bituminosi, forma di pneumoconiosi da polveri di bitume (v. anche malattie professionali), blastocisti, stadio di sviluppo dell’uovo fecondato, costi­tuito da una vescicola in cui si distinguono uno strato di cellu­le periferico (trofoblasto), che delimita una cavità (cavità del­la b.) contenente del liquido, e un cumulo cellulare interno, sferoidale, detto nodo o bottone embrionale. La b., dappri­ma libera nella cavità uterina, finisce per prendere connes­sione con la parete, mediante il trofoblasto (v. anche annida- mento).

    blastomicosi, micosi causata da un fungo del genere Bla- stomyces. È una malattia rara; la maggior parte dei casi si verifica nel sud degli Stati Uniti, nel Messico, nell’America Centrale. Si assume il fungo per via inalatoria contraendo una polmonite, che può risolversi rapidamente o cronicizza- re. Frequentemente il fungo si diffonde per via ematica a cu­te, sottocute, osso, epididimo, prostata, laringe. Raramente, e solo nei pazienti gravemente immunodepressi, la micosi può essere disseminata e raggiungere anche il cervello, le meningi, il fegato, la milza. La diagnosi viene posta con l’a­nalisi dell’escreato o del pus della lesione cutanea. Blastòmyces dermatìtidis, fungo patogeno; provoca la blastomicosi. Tale micosi può essere portata anche da Para- coccidioides brasiliensis e in tal caso viene detta paracocci- -diomicosi.

    blàstula, stadio di sviluppo dell’uovo fecondato, tipico del­le uova a segmentazione totale, successivo a quello di moru­la; rappresenta, in genere, la fase terminale del processo di segmentazione.

    blefarectomìa, asportazione chirurgica di un lembo delle palpebre.

    bSISfcSSUALt

    blefaredema, edema delle palpebre, blefarite, infiammazione del margine delle palpebre, che può estendersi alla cute, alla congiuntiva, ai follicoli, alle ghiandole ciliari e a quelle di Meibomio. Le b. hanno un’evo­luzione subacuta o cronica, con resistenza ai trattamenti te­rapeutici e straordinaria tendenza alle recidive. Possono es­sere provocate da fattori costituzionali, allergici, endocrini, ambientali (polveri, fumo), da avitaminosi, dispepsie, autoin­tossicazioni alimentari, diabete, o da infezione batterica, ge­neralmente stafilococcica. Diversi i quadri clinici, a seconda delle localizzazioni e delle lesioni; b. angolare, b. ciliare, b. eritematosa, b. seborroica o squamosa, b. ulcerosa. La tera­pia di tutte queste affezioni è in genere di natura medica, lo­cale o generale, in rapporto alla loro causa, e varia quindi caso per caso.

    blefaroateroma, cisti sebacea delle palpebre, blefarocàlasi, distrofia della palpebra superiore, con for­mazione di pieghe davanti all’occhio, che ostacolano la vi­sione nel quadrante temporale superiore, blefaroclono, spasmo involontario del muscolo oracola­re dell’occhio, che si manifesta con un aumento dell’ammic­camento.

    blefarocongiuntivite, infiammazione della congiuntiva palpebrale.

    blefarodiàstasi, abnorme allontanamento delle palpebre tra loro, che rende impossibile la chiusura dell’occhio,blefarofimosi, saldatura degli angoli palpebrali, conse­guente perlopiù a stati infiammatori cronici della congiunti­va. Si cura chirurgicamente.

    blefaroftalmìa, infiammazione simultanea della congiunti­va e delle palpebre.

    blefaroptosi, affezione in cui una o entrambe le palpebre sono più basse del loro normale livello, per cui la rima palpe­brale è ridotta o assente. La b. congenita bilaterale è dovuta a paralisi permanente del muscolo elevatore della palpebra superiore; quella monolaterale deriva da una lesione intra- cranica dell’oculomotore o da trauma perinatale. Il tratta­mento è chirurgico, da effettuarsi verso i 3-4 anni. La b. ac­quisita può essere: miogena, presente nella distrofia musco­lare e nella miastenia grave; paralitica, da paralisi dell’oculo­motore; simpatica, per paralisi del muscolo di Mueller che rinforza l’elevatore della palpebra. Esiste una pseudoptosi da cause meccaniche (peso anormale della palpebra per processi infiammatori, edema o tumori), il cui trattamento è causale.

    blefarospasmo, contrazione involontaria delle palpebre, dovuta a contrattura del muscolo orbicolare. È dovuto a fe­nomeni irritativi congiuntivali, corneali o del nervo facciale, o a difetti ritrattivi non corretti; può anche essere di origine psi­cogena. È associato a fotofobia e lacrimazione. La terapia è causale o sintomatica.

    blenorragìa (o gonorrea, o blenorrea), infezione venerea altamente contagiosa, causata da NeissSria-gofKirrhoeae: \\ contagjo” avviene soprattuìtcnoer via sessuale, raramente trarrfflfé^oggeftTo biancheria infetta, data la scarsa sopravvi­venza del gonococco nell’ambiente esterno. Talune condi­zioni possono favorire l’instaurarsi dell’infezione: anomalie anatomiche dell’apparato urogenitale; insufficiente igiene locale; stati di congestione pelvica. _La_malattia interessa principalmente le mucose del tratto genitourinariorderretto e dellaxervicertalvolta può diffondersi per via linfatica (lin- fangiti) o ematica (artriti, endocarditi). Il periodo di incubazio­ne è variabile da due a sette giorni. Il quadro clinico è diver­so nei due sessi, a causa della differente anatomia dell’ulti­mo tratto dell’apparato urogenitale. Nell’uomo si manifesta con minzione dolorosa, prurito, bruciore e arrossamento del meato uretrale, dal quale fuoriesce una secrezione dappri­ma sieromucosa, in seguito purulenta. Possono insorgere complicanze come cistiti, prostatiti, epididimiti, restringimen­ti uretrali. Nella donna si manifesta con sintomi meno appari­scenti, ma provocando uretriti, cerviciti, bartoliniti. In fase acuta compare una secrezione purulenta abbondante ac­compagnata da dolori vaginouretrali; numerose sono poi le complicanze: endometriti, cerviciti, salpingiti, parametriti; al­cune possono essere concausa di sterilità. In entrambi i ses­si possono manifestarsi complicanze tardive extragenitali: artrite, sepsi, lesioni cutanee (chiazze ipercheratosiche), congiuntivite. In passato era frequente la congiuntivite gono- coccica del neonato, che si presentava bilaterale e purulen­ta; oggi è rara, grazie alla profilassi cui vengono sottoposti tutti i neonati subito dopo il parto. Se non trattata adeguata­
    mente (con antibiotici) la b. tende a cronicizzare, data la scarsa tendenza alla guarigione spontanea. Sono possibili reinfezioni, perché la malattia non immunizza il soggetto, blenorrea, v. blenorragia.

    bleomicina, farmaco antitumorale, appartenente al grup­po degli antibiotici antitumorali. Agisce grazie alla sua capa­cità di legame con il DNA, cui segue la rottura della molecola e quindi l’effetto tumoricida. Il farmaco viene somministrato per via endovenosa o intramuscolare, prevalentemente in associazione ad altri farmaci antiblastici. La b. si è rivelata particolarmente efficace nella terapia dei linfomi, dei tumori del testicolo e, seppure in minore misura, dei carcinomi della testa e del collo. Come tutti gli antiblastici la b. può esercitare effetti collaterali, ma il fatto che essi siano diversi da quelli de­gli altri agenti antitumorali ne ha favorito l’utilizzo nelle asso­ciazioni chemioterapiche (v. anche chemioterapia oncolo­gica): indurimenti e iperpigmentazione della cute, caduta di capelli, rischio di fibrosi polmonare, che risulta strettamente correlato con la dose.’

    blesità, disturbo del linguaggio provocato da una situazio­ne anomala degli organi della fonazione o dalla loro alterata motilità, con conseguente sostituzione o alterazione di una o più consonanti (generalmente: r, I, s). In età adulta la b. con­siste nella persistenza dell’articolazione infantile con sostitu­zione e deformazione di suoni, passaggio da un fonema doppio a uno semplice, pronuncia difettosa delle consonanti sfz.

    blocco antàlgico, anestesia locale ottenuta mediante l’in­filtrazione di una soluzione di anestetico in un nervo periferi­co. L’operazione può essere effettuata direttamente o, in ca­so di localizzazioni profonde, sotto la guida di un ecografo o di un amplificatore di brillanza. Il b. viene utilizzato per la te­rapia del dolore intrattabile con sola terapia medica (nevral­gie del trigemino, dolori osteoarticolari di varia natura, dolori di origine neoplastica, ecc.). • blocco cardiaco, condizione patologica in cui la diffusio­ne dell’eccitazione cardiaca nel sistema di conduzione del cuore subisce un’interruzione o un rallentamento (v. anche aritmia). Nel b. senoatriale l’impulso, normalmente generato dalle cellule del nodo senoatriale, non riesce a diffondersi al­la muscolatura atriale. Le cellule dell’atrio sono però in gra­do di contrarsi spontaneamente, a una frequenza di 50-60 battiti al minuto, e di propagare lo stimolo al resto del musco­lo cardiaco; il che determinerà bradicardia con sintomatolo­gia scarsa (vertigini, ridotta tolleranza allo sforzo). Nel b. atrioventricolare, invece, lo stimolo non supera l’atrio (b. di III grado) oppure, nelle due forme dette di I e II grado, presenta un rallentamento rispettivamente costante o progressivo, fi­no a che si verifica una pausa nella contrazione dei ventrico­li. Nel b. di III grado tocca al nodo atrioventricolare generare l’impulso che viene condotto ai ventricoli con una frequenza di circa 50 battiti al minuto: il risultato sarà quindi una bradi­cardia più accentuata; qualora non subentri il nodo atrioven­tricolare, i ventricoli si contraggono secondo la propria intrin­seca frequenza di scarica, intorno ai 30 battiti al minuto, che però è troppo bassa per garantire la funzione cardiaca. È quindi inevitabile la comparsa di vertigini, svenimenti fino al­la sindrome di Morgagni-Adams-Stokes. Nei b. di branca, destra o sinistra, la conduzione dell’impulso trasmesso attra­verso il fascio di His è alterata a livello di una delle sue due branche (destra o sinistra). In questo caso lo stimolo deve passare attraverso la muscolatura ventricolare, più lenta a condurre rispetto al sistema specializzato: ne consegue un ritardo di attivazione di un ventricolo rispetto all’altro, poco importante dal punto di vista dei sintomi. I b. sono quasi sempre acquisiti, e dovuti ad arteriosclerosi, a processi infet­tivi (reumatismo articolare acuto) o degenerativi, responsa­bili di lesioni a carico del sistema di conduzione. Non infre­quentemente sono i farmaci (antiaritmici quali verapamil, amiodarone e betabloccanti) a dare origine a un b. atrioven­tricolare. La diagnosi dei b. è solitamente agevole, in base ad alterazioni del tracciato elettrocardiografico. I b. asinto- matiri non richiedono teraoia. anche se è consialiabile con­setto

    interventricolare

    Strutture delle vie di conduzione dell’impulso cardiaco.

    trollare l’eventuale malattia cardiaca associata. Nei casi più gravi di b. atrioventricolare può rendersi necessario l’im­pianto di un pace-maker.

    fi/. OCCO CARDIACO
    nodo del seno dell’atrio
    atrio sinistro
    setto interatriale
    atrio < destro\
    blocco^ ‘ . latrioventricolare
    ventricolo sinistroblocco di branca S. sinistra
    nodo di^Sv Aschoff-Ta^ara
    ventricolo destro /
    blocco dibrancadestra
    bUUUA

    biu di metilene, colorante microbiologico usato come an­tidoto in caso di avvelenamenti da cianuro, nitrati o coloranti a base di anilina. La sua azione antisettica è sfruttata per uso oftalmico in molti colliri, e in preparazioni per le vie urinarie (conferisce un colore blu alle urine), bocca, organo necessario all’introduzione e all’elaborazio­ne del cibo; con la lingua e i denti costituisce l’apparato boc­cale. Nella specie umana è posta nella regione inferiore del­la testa; costituisce la prima porzione dell’apparato digeren­te; può essere considerata parte anche delle vie respiratorie e degli organi della fonazione, il punto di passaggio tra la ca­vità orale e la cavità faringea è detto istmo delle fauci. La b., completamente rivestita da mucosa, è delimitata anterior­mente dalle labbra, lateralmente dalle guance, posterior­mente dall’istmo delle fauci, in alto dalla volta palatina, in basso dal pavimento, costituito da un piano muscolare (mu­scolo miloioideo) su cui appoggia la lingua. Le arcate alveolo-dentarie dividono virtualmente la b. in due parti: una esterna alle arcate, il vestibolo della b., e una interna, o cavi­tà orale propriamente detta. Tra gli elementi di maggior im­portanza presenti nella cavità della b. vanno ricordati i denti, la lingua e gli sbocchi dei canali escretori di molte ghiandole salivari, delle parotidi (dotti di Stenone), delle ghiandole sot­tomascellari (dotti di Wharton) e di quelle sottolinguali (dotti di Rivino). La mucosa boccale è assai ricca di terminazioni nervose sensitive che, particolarmente abbondanti sulla lin­gua, rappresentano gli elementi fondamentali per il senso del gusto; nella b. si verificano le prime modificazioni dei cibi ai fini della digestione, e precisamente la loro masticazione e insalivazione, nonché la formazione del bolo alimentare. La mucosa che riveste la parete interna delle labbra e delle guance è rosea o rossa, mentre quella che riveste le zone ossee e parte dei denti è più biancastra e viene denominata
    gengiva. La gengiva giunge fino alla base della corona dei denti, formando intorno ad essa una struttura anulare, detta cercine gengivale, cui corrisponde il colletto di ciascun ‘dente.

    bocca-bocca, respirazione, v. Respirazione bocca bocca p. 68.

    boldo (Peumus boldus, fam. Monimiacee), pianta arborea sempreverde, originaria delle Ande. Le foglie contengono sostanze stomachiche e carminative; hanno inoltre una im­portante azione coleretica e colagoga; si usano da sole o as­sociate ad altri epatobiliari ed epatoprotettori, come carcio­fo, rosmarino e tarassaco. Si utilizzano l’infuso o il decotto, oppure altre preparazioni (tintura madre, polvere), bolla, raccolta circoscritta di liquido, sieroso o emorragico, di forma rotondeggiante od ovalare. A seconda della sede la b. può essere intraepidermica o subepidermica; in alcune dermatosi si può riscontrare anche sulla mucosa orale e ge­nitale. La b. può conseguire a traumi fisici o chimici, a sensi­bilizzazione, a processi infiammatori. La riparazione è solita­mente spontanea, a volte residua una chiazza ipercromica o acromica. Complicazione della b. è la sovrapposizione di germi piogeni.

    bolo, masserella di cibo mista a saliva, formatasi durante la masticazione e pronta per essere deglutita; lo stomaco rice­ve durante il pasto numerosi b. alimentari, iniziando la dige­stione.

    bolo istèrico (o globo isterico), è la sensazione di blocco a livello faringo-esofageo che, durante le crisi, alcuni sogget­ti ansiosi-isterici riferiscono di provare; altri hanno l’impres­sione che un corpo estraneo impedisca la deglutizione; altri ancora riferiscono una sensazione di soffocamento che ac­compagna disturbi nell’alimentarsi. La terapia si avvale di blandi ansiolitici, ma nei casi più seri è necessario l’interven­to di uno psichiatra. Bonnier, prova di, v. acumetria. Bonnier, sìndrome di, v. bulbare, sindrome, borborigmo, rumore di gorgoglio addominale prodotto dal contenuto liquido-gassoso dell’intestino ad opera della peristalsi. In condizioni normali non è udibile dall’esterno, ma lo diventa auscultando con un fonendoscopio; in condi­zioni patologiche (meteorismo, colon irritabile, ileo meccani­co, nei momenti che precedono una scarica di diarrea, du­rante emorragie digestive) diventa chiaramente rilevabile, come anche in condizioni particolari, ad es. se si assumono abbondanti quantità di liquidi.

    BOCCA
    tonsilla
    pilastro anteriore
    lingua
    labbro superiore
    labbro inferiore
    arcatadentariainferiore
    palato molle
    arcata dentaria superiore voltadel palato osseo
    parete” posteriore dellapilastro
    BOCCA-BOCCA, RESPIRAZIONE

    a—nortucoit in hacilln rli Rnrdet-Genaou), batte­rio di incerta classificazione; coccobacillo gram-negativo, asporigeno, aerobio, immobile o mobile. Provoca la pertos­se; forme più attenuate di tale malattia possono essere pro­vocate da Bordetella parapertussis e Bordetella bronchisep- tica.

    bòrico, àcido, acido debole usato come antisettico per uso esterno in soluzione acquosa, borràgine (Borrago officinalis, fam. Borraginacee), pianta erbacea annuale; si usano in terapia le sommità fiorite in in­fusione, come depurativo ed emolliente, e l’olio dei semi. Quest’olio, di prima pressione a freddo, contiene un’alta percentuale (16-24%) di acido gammalinolenico, essenziale per la sintesi delle prostaglandine. È particolarmente indica­to nei casi di sindrome premestruale (tensione al seno, irrita­bilità, ritenzione d’acqua), ipercolesterolemia e iperlipide- mia, problemi della menopausa, alcolismo ed eczema atopi­co del neonato. In commercio si trovano le capsule di olio, usato anche in preparazioni cosmetiche come rigenerante della pelle.

    borsa, cavità chiusa o aperta, contenente un viscere o liqui­di organici, (v. tabella)

    BORSA__________________________

    LOCALIZZAZIONE________ CARATTERISTICHE____ .

    omentale                               diverticolo peritoneale tra la

    (retrocavità degli epiploon) parete posteriore dell’addome;

    svolge funzioni protettive e di riserva lipidica scrotale           contiene i testicoli;

    comprende scroto, dartos, cremastere, tunica vaginale e altre formazioni sinoviali (tendinea,   cavità vescicolare con la

    muscolare)                            funzione di facilitare i

    _______________________ movimenti dell’articolazione

    delle acque insieme degli annessi fetali che contengono il liquido amniotico; la sua rottura               prelude al parto

    borsite, infiammazione, di origine sconosciuta, che coin­volge la borsa sierosa di un’articolazione. La localizzazione più frequente è la spalla. Si manifesta con gonfiore, dolore, arrossamento e riduzione della motilità. La terapia si basa sul riposo, sulla somministrazione di analgesici (tipo salicilati, fenilbutazone) e sulla terapia fisica riabilitativa che, superata la fase acuta, è necessaria per evitare una perdita di fun­zione. •

    Botallo, dotto di, dotto arterioso che mette in comunica­zione l’arteria polmonare con l’arteria aorta. Il dotto di B. si ri­scontra durante il periodo fetale, quando i polmoni sono an- dora privi di attività funzionale e perciò ricevono soltanto la quantità di .sangue necessaria al loro nutrimento; il dotto di B. ha la funzione di deviare nell’aorta una parte del sangue che dal cuore destro arriva nell’arteria polmonare. Alla na­scita, quando inizia l’attività funzionale del polmone, si stabi­lisce un equilibrio tra grande e piccolo circolo e cessa il flus­so sanguigno attraverso il dotto di B.che, divenuto inutile, si oblitera trasformandosi nel ‘legamento arterioso di B.’. La pervietà del dotto di B., cioè la sua mancata obliterazione su­bito dopo la nascita, è una delle più frequenti anomalie che si osservano tra i bambini nati con cardiopatie congenite. Le cause soncfpoco note. Questa condizione comporta il pas­saggio di sangue dall’aorta verso il circolo polmonare, con marcato iperafflusso del piccolo circolo. Nelle forme più gra­vi questa anomalia può causare ipertensione polmonare con alterazioni dei vasi e del tessuto polmonare, spesso in­compatibili con la vita; in quelle più lievi si osserva un ritardo nell’accrescimento con astenia, facile stancabilità, mancan­za di fiato. È presente un soffio cardiaco e all’elettrocardio-

    BORSITEfiammatorio e le strutture coinvolte.

     

    gramma è possibile evidenziare l’ingrossamento del ventri­colo sinistro, confermabile con accertamenti radiologici e cateterismo cardiaco. La terapia è essenzialmente chirurgi­ca verso il 1 °-2° anno di vita (salvo casi particolari che richie­dano’una maggiore precocità). I risultati sono molto buoni. Botallo, foro di (o forame, o foro ovale), mette in comuni­cazione l’atrio destro con l’atrio sinistro nel feto e alla nascita si chiude; la sua persistenza dopo la nascita crea disturbi della funzione cardiocircolatoria più o meno gravi a seconda della quantità di sangue che può passare dall’atrio di sinistra a quello di destra. Infatti questo passaggio anomalo sottrae sangue ossigenato alla grande circolazione e determina ipe- rafflusso sanguigno al circolo polmonare, botriocèfalo, v. botriocefalosi; Diphyllobothrium latum. botriocefalosi, infestazione del tratto intestinale da parte del verme botriocefalo (Diphyllobothrium), comune nei Pae­si nordici e nelle zone lacustri, negli USA, in Europa, in Giap­pone. Le uova del parassita, eliminate per via fecale dagli in­dividui infetti, vengono ingerite da piccoli crostacei, nell’inte­stino dei quali si sviluppa una larva matura. Quando il crosta­ceo è mangiato da un pesce la larva migra dall’intestino ai tessuti del nuovo ospite. Ci si infetta mangiando pesce cru­do. La maggior parte delle infezioni è asintomatica o com­porta lievi disturbi addominali. Il problema maggiore causa­to dalla b. è la carenza di vit. B12. La diagnosi è posta me­diante esame delle feci. Per la terapia si usano niclosamide e vit. B12.

  • calcolosi renale, presenza nelle vie urinarie di concrezio­ni cristalline (ossia di pietruzze), di dimensioni variabili, che possono ostacolare il normale deflusso dell’urina e provoca­re lesioni alla parete delle vie escretrici. Si tratta di una malat­tia con notevole tendenza a ripresentarsi nello stesso sog­getto. Per alcune forme si ritiene abbiano importanza fattori ereditari. I calcoli si formano con maggiore facilità quando nelle urine sono presenti elevate concentrazioni di sostanze poco solubili (es. sali di calcio o acido urico), oppure quando il flusso urinario è rallentato, e quindi tali sostanze, perma­nendo più a lungo nelle vie urinarie, precipitano più facil­mente. Quando iniziano a precipitare, e incomincia a formar­si il calcolo, due sono le evoluzioni possibili: il calcolo conti­nua ad accrescersi progressivamente sino a occupare-inte­ramente la cavità nella quale si trova (calcolo ‘a stampo’). In questi casi il rene interessato può perdere completamente la

    CALCOLOSI BILIARE

     

    CALCOLOSI RENALE

     

    sua funzione. Più spesso però il materiale precipitato viene trascinato dal flusso dell’urina ed espulso. Il rischio in queste circostanze è che le concrezioni ledano la parete delle vie urinarie, con conseguente comparsa di sangue nell’urina. Se, invece, il calcolo defluendo raggiunge un punto più ri­stretto delle vie escretrici, può occluderle provocando una colica renale, che è il sintomo caratteristico della malattia. La diagnosi si basa sull’esame delle urine, sull’ecografia re­nale, sulla radiografia standard dell’addome. In casi partico­lari può essere necessaria l’urografia o la TAC. La terapia deve essere anzitutto dietetica, con eliminazione di tutti gli alimenti che possono favorire la formazione di calcoli. Una terapia di questo tipo ha soprattutto un significato di preven­zione nei soggetti predisposti. Essa consiste nell’assunzione giornaliera di elevate quantità di liquidi (2-31 al giorno) ed è detta idropinica. Aumentando così il volume delle urine, si favorisce l’allontanamento spontaneo dei piccoli calcoli e si ostacola il loro accrescimento. La terapia farmacologica si basa sull’uso di disinfettanti delle vie urinarie e di diuretici. Il trattamento chirurgico può consistere in manovre che con­ducono alla frantumazione dei calcoli, oppure nell’asporta­zione di questi dopo apertura del rene o delle vie urinarie. In casi molto gravi può essere necessario asportare l’intero re­ne interessato.

    calcolosi salivare, sin. di scialolitiasi

    càlice renale, piccolo tubo membranoso, a forma di imbu­to, che raccoglie l’urina dalla papilla renale; tali c. variano da 7 a 13 e confluiscono poi in 3 c. di maggiori dimensioni, che si aprono nel bacinetto del rene.

    càlici gustativi, recettori periferici simili a piccoli calici, si­tuati nella mucosa linguale e faringea; registrano le diverse sensazioni gustative e le trasmettono ai centri cerebrali, callìfugo, preparazione farmaceutica liquida, o in pomata, o in cerotto, usata per estirpare calli cutanei. Contiene in ge­nere sostanze cheratolitiche (acido salicilico, acido clorace- tico).

    callo, sin. di durone o tiloma.

    callo òsseo, tessuto osseo che spontaneamente si ricosti­tuisce in corrispondenza della linea di frattura tra due seg­menti ossei. Si tratta di un fenomeno naturale (del tutto ana­logo alla cicatrizzazione di una ferita), che si realizza a condi­zione che vengano assicurati il contatto reciproco tra le su- perfici di frattura, la loro immobilità e un adeguato apporto di sangue. Quando esistono queste condizioni la consolidazio­ne avviene entro un minimo di 15-20 giorni e un massimo di 5-6 mesi (in relazione a sede e tipo di frattura, e all’età).

    calloso, corpo, grossa lamina quadrilatera di sostanza bianca che unisce tra loro gli emisferi cerebrali; è costituita da fibre nervose, calmanti, sin. di sedativi

    calo ponderale fisiològico, perdita di peso di 150-200 g (pari a circa il 5-8% del peso alla nascita), che si verifica durante i primi 5 giorni di vita. Il c. è dovuto alla perdita di li­quidi e della vernice caseosa, all’emissione di meconio, alla scarsa alimentazione che provoca una riduzione delle riser­ve di grasso, alla disidratazione del cordone ombelicale. Il c. fa parte dei fenomeni fisiologici di adattamento dell’organi­smo del neonato alla vita extrauterina e viene abitualmente recuperato entro i primi 7-10 giorni di vita, calore, colpo di, v. Colpo di calore p. 102. calorìa, viene cosi indicata la quantità di energia utilizzabile contenuta negli alimenti: tale energia può essere misurata bruciando le sostanze alimentari in presenza di ossigeno, per mezzo di un calorimetro. Recentemente si è deciso di adottare come unità di misura dell’energia il joule: per pas­sare da un’unità di misura a un’altra è sufficiente usare l’op­portuno fattore di conversione: 1 caloria (cai) = 4,2 joule, 1 joule© = 0,24 calorie. In campo nutrizionale si impiega cor­

    cai. ORIE: ATTIVITÀ E DISPENDIO ENERGETICO

    ATTIVITÀ KCAUORA
    ciclismo (13 km/ora) 175
    rigovernare la cucina 70
    guidare l’automobile 63
    mangiare 28
    giacere a letto sveglio 7
    correre 490
    nuotare (3 km/ora) 553
    dattilografare 70
    camminare (5 km/ora) 140
    camminare (6,5 km/ora) 238
    scrivere 28
    Per ottenere il fabbisogno calorico del soggetto, l’energia spesa nell’insieme delle sue attività giornaliere va sommata a quella necessaria per il mantenimento del metabolismo basale.
    VALORI CALORICI DEGLI AUMENTI
    ALIMENTO (100g) VALORE CALORICO MEDIO ESPRESSO IN KCAL
    carne 100-400
    formaggio 100-400
    uova 160
    pesce 80-150
    latte 35-65
    pane 250-290
    pasta, riso 340
    frutta fresca 30-80
    verdura 10-90
    olio 900
    burro 750
    zucchero 400
    vino 75
    bibite zuccherate 40-55
    cioccolata 500
    I valori sono calcolati in base al peso a crudo al netto dello scarto; lo scarto tra i valori minimi e massimi corrisponde, per gli alimenti di origine animale, al variabile grado di lipidi, per quelli di origine vegetale alla variabilità dei glicidi.

     

    CALZE ELASTICHE

     

     

     

     

    posizione supina in modo da non comprimere i vasi già pieni di sangue e da beneficiare al massimo del loro effetto.

     

    rentemente un multiplo della caloria, cioè la chilocaloria (kcal); ugualmente si fa con il joule, utilizzando il chilojoule (kj). Le calorie derivano dalla combustione delle proteine, dei lipidi, dei glicidi, contenuti negli alimenti. Un grammo di proteine fornisce 4 kcal, 1 g di lipidi 9 kcal, 1 g di glidici 4 kcal. Una dieta bilanciata deve fornire il 10-15% delle calorie sotto forma di proteine, il 20-30% sotto forma di lipidi, il 55- 60% sotto forma di glicidi. (v, tabelle) calotta crànica (o volta cranica), insieme delle ossa che formano la parte superiore del cranio, calotta peduncolare (o mesencefalica), porzione del me­sencefalo situata sopra i peduncoli cerebrali, dai quali è se­parata dalla sostanza nera (locus niger)-, in essa si trovano le origini dei nervi oculomotore (III nervo cranico) e trocleare (IV nervo cranico),calvizie, sin. di alopecia.

    WALirt L_ Lno l ivn

    calza elàstica, calza tessuta con materiale elastico, tale da esercitare una pressione sulle gambe. La sua azione fa­vorisce lo svuotamento dei vasi venosi degli arti inferiori e at­tiva in essi, assieme alla contrazione delle masse muscolari,
    la circolazione del sangue; è pertanto indicata a chi ha pro­blemi circolatori e deve stare a lungo in piedi. A seconda del­la gravità del problema, varia il grado di elasticità, càmera dell’occhio, spazio contenente umor acqueo, posto anteriormente al cristallino e diviso dall’iride. Presenta due distinte cavità: la camera anteriore e la camera poste­riore.

    camomilla (Matricaria chamomilla, fam. Composite), pian­ta erbacea, comune e abbondante. I fiori sono usati in tera­pia come calmante antinevralgico e antispastico. I principali costituenti sono un principio amaro, acido antemico e azule- ne. È usata sia per affezioni nevralgiche (sciatalgie, mialgie, dolori reumatici) sia per fenomeni spastici dell’apparato ga­strointestinale e degli annessi (gastrite, crampi di stomaco,

    CANALE___________________________

    TIPO                                                    DESCRIZIONE enterite, dismenorrea e metrorragia). Si usa l’Infuso dei fiori, tanto più efficace quanto più prolungato; alcuni consigliano la macerazione per almeno un’ora. Si usa esternamente in impacchi e lavaggi, come collutorio, collirio e per irrigazioni, campimetrìa, misurazione del campo visivo, campo visivo, insieme dei punti dello spazio percepiti da un occhio immobile in posizione primaria (che guarda da­vanti a sé sul prolungamento dell’asse ottico). Con riferimen­to a entrambi gli occhi si parla di c. binoculare. Il c. varia in rapporto alle condizioni di luminanza ambientale: si ha quin­di un c. fotopico (in piena luce), uno scotopico (crepuscolo pieno, o di notte) e uno mesopico (penombra o quasi crepu­scolo), in relazione all’attività soprattutto dei coni o dei ba­stoncelli o di entrambi. Alterazioni del c. si producono in ca-

     

    del carpo                condotto formato dal legamento trasverso del carpo con l’incavatura del carpo stesso; vi passano il

    _______________ nervo mediano e i tendini dei muscoli flessori delle dita___________________________________

    cerebrospinale insieme della cavità cranica e del canale vertebrale

    cervicale                piccolo canale che attraversa longitudinalmente il collo uterino mettendo in comunicazione la cavità

    _______________ uterina con la vagina_______________________________________________________________

    endolinfatico_____ tratto del labirinto membranoso dell’orecchio interno_______________________________________

    di Falloppio condotto scavato nello spessore della rocca petrosa dell’osso temporale, in cui si trova il nervo facciale

    lacrimale________ piccolo condotto che collega l’occhio alle cavità nasali, entro il quale scorrono le lacrime________

    mandibolare lungo canale scavato nella mandibola nel quale scorre il nervo alveolare, da cui prendono origine

    rami che attraverso canalini secondari raggiungono i singoli denti midollare         cavità allungata in senso longitudinale che nelle diafisi delle ossa lunghe contiene il midollo osseo

    del parto                 via percorsa dal feto alla nascita; è formato dall’utero e dalla vagina dilatata, come se costituissero

    un’unica cavità

    di Santorini            condotto escretore accessorio del pancreas che drena nel canale di Wirsung o si apre direttamente

    _______________ nel duodeno_________________________________________________________________

    semicircolari piccoli condotti membranosi del labirinto dell’orecchio interno, scavati negli omonimi canali ossei;

    _______________ sono organi dell’equilibrio____________________________________________________________

    di Stenone             condotto escretore della ghiandola parotide che si apre sulla superficie boccale della guancia

    vertebrale               condotto formato dalla sovrapposizione dei fori vertebrali e dei legamenti che li uniscono; contiene il

    midollo spinale avvolto dalle meningi

    di Wharton             condotto escretore della ghiandola salivare sottomandibolare che si apre nella bocca a lato del frenulo

    della lingua

    di Wirsung             condotto escretore principale del pancreas di cui versa la secrezione esterna nella seconda porzione

    del duodeno

     

    so di sofferenza retinica, o delle vie di conduzione, o dei cen­tri corticali collegati alla retina; in corso di glaucoma o per af­fezioni funzionali dell’apparato visivo (manifestazioni isteri­che). La valutazione del c. si effettua mediante la campime­tria o la planimetria.

    canale, ógni formazione tubulare, dotata di pareti proprie, di struttura, diametro e lunghezza variabili. Vi sono c. ossei, membranosi, muscolari, ecc. La loro funzione può essere quella di servire al passaggio dei liquidi organici (bile, sper­ma, ecc.), di contenere altre formazioni anatomiche (nervi, vasi, tendini) o materiale vario, come gli alimenti, (v. tabella) canalìcoli biliari (o duttuli biliari), ramificazioni estreme delle vie biliari, comprese tra i cordoni cellulari del lobulo epatico; le loro pareti sono costituite in pratica dalle stesse cellule epatiche, che si accostano tra loro formando ognuna una semidoccia, in cui riversano la bile, canalizzazione intestinale, in fisiologia e in patologia in­dica la perfetta funzione del tubo digerente, per cui il cibo as­sunto dalla bocca può percorrere tutto l’apparato ed essere espulso con le feci senza incontrare ostacoli. Si tratta di un concetto opposto a quello di ileo meccanico o dinamico (detto anche ostruzione intestinale); lo stesso discorso vale per i gas e spesso la definizione di c. viene sostituita dal ter­mine alvo (canalizzato, oppure chiuso alle feci e ai gas), cànapa indiana (Cannabis satìva, var. indica),pianta simi­le alla canapa comune; se ne differenzia perché le foglie e le infiorescenze femminili contengono resine ricche di principi attivi, detti cannabinoli, che esplicano il loro effetto sul siste­ma nervoso centrale. La pianta cresce in climi caldi e tempe­rati; la preparazione consiste nel seccare le foglie e i fiori o nell’estrarre le resine: si ottengono cosi rispettivamente la marijuana, detta in gergo ‘erba’, e l’hashish, costituito da cu­betti di sostanza resinosa. Entrambi vengono di solito assun­ti per inalazione, mescolati a tabacco in una sigaretta detta ‘spinello’; assunti per via orale, producono i medesimi effetti, ma ritardati e più difficilmente graduabili e prevedibili. Gli ef­fetti si manifestano pochi minuti dopo l’inizio dell’inalazione, con sensazione di benessere e rilassamento, aumento delle capacità di comunicazione, disinibizione, euforia; sono lega­ti alla predisposizione individuale e alla situazione ambienta­le, oltre che alla dose di sostanza attiva: quindi sono molto variabili. Una comune dose non dà complicazioni e gli effetti si esauriscono entro un’ora. Per dosi molto alte si può giun­gere ad allucinazioni, confusione mentale, reazioni di pani­co, piuttosto rare e in genere legate all’assunzione concomi­tante di altre sostanze, ad es. alcol. Il consumo cronico di al­te dosi può portare ad apatia e perdita di interesse, o a sin­drome amotivazionale, probabilmente legata a fattori di per­sonalità; induce inoltre danni da fumo. Seppure non utilizza­ta in Italia, la c. pare efficace nella terapia del glaucoma. Non determina dipendenza fisica né sindrome di astinenza, ma solo dipendenza psichica. L’assunzione saltuaria non costi­tuisce problema medico. L’uso della c. è spesso stigmatiz­zato come via di accesso ad altre sostanze: tale concetto va ridimensionato, perché solo una esigua minoranza di consu­matori passa a droghe pesanti, e per fattori psicosociali, più che per l’effetto ‘trascinante’ della c. cancerogènesi, processo costituito da una serie di eventi innescati da fattori di natura chimica, fisica o biologica (can­cerogeni), che conduce alla trasformazione della cellula nor­male in cellula neoplastica. Gli studi sperimentali hanno for­nito un modello della c. concepita come un processo costi­tuito da fasi distinte. La prima, detta ‘iniziazione’, è un pas­saggio rapido e irreversibile, dovuto a profonde modificazio­ni indotte dal fattore cancerogeno-sul DNA della cellula. La seconda fase, denominata ‘promozione’, innescatale anche da sostanze non cancerogene (e fra queste moltissimi fattori ambientali), consiste in un processo lento, ripetitivo, reversi­bile, che in un certo senso risveglia dal letargo la cellula ‘ini­ziata’ alla prima fase.

  • cachessìa, stato di graduale decadimento psichico efisico caratterizzato da astenia, anoressia, dimagrimento progres­sivo, anomalie del quadro metabolico generale, progressiva e accentuata diminuzione delle difese immunitarie dell’orga­nismo, rallentamento delle capacità psichiche. Situazione complessa, riscontrabile in molte gravi malattie, ma tipica soprattutto dei tumori. Si ritiene che i fenomeni caratteristici della c. dipendano in quest’ultimo caso dalla elaborazione e dalla liberazione da parte della neoplasia di sostanze ad azione tossica, fra le quali ha recentemente assunto impor­tanza il fattore di necrosi tumorale {Tumoral Necrosis Factor, oTNF).

    cachet, forma farmaceutica costituita da due vaschette di sottili sfoglie di farina (ostie), che possono essere inserite ru­na nell’altra o saldate. È usato per contenere farmaci in pol­vere; prima di inghiottirlo si deve ammorbidirlo con acqua, cacosmia, percezione di odori sgradevoli (es. odore di uo­vo marcio o di zolfo), anche detta allucinazione olfattiva. È ti­pica delle cosiddette ‘crisi uncinate’, che compaiono nell’e­pilessia temporale o a causa di un tumore del lobo tempora­le, che comprime il giro ippocampale (giro uncinato), cadàvere, il corpo dopo la morte; gli accertamenti medico­legali avvengono dopo la cessazione di tutte le funzioni vitali (attività nervosa, respirazione, circolazione) o, in certi casi, di alcune di esse separatamente, e sono volti a dimostrare l’av­venuto decesso, il suo probabile momento, e le cause. Dati importanti vengono forniti dallo studio dei fenomeni cadave­rici.

    cadavèrici, fenòmeni, l’insieme dei segni osservabili nell’organismo dopo la morte. Si distinguono segni negativi e positivi: i primi sono incoscienza, immobilità, assenza di re­spirazione e circolazione, ipostasi, raffreddamento, rigidità; i secondi, distruzione dei tessuti e putrefazione (v. anche ca­davere).

    caffè, alimento utilizzato come bevanda, il c. fa parte degli alimenti cosiddetti nervini, cioè di quei prodotti vegetali che contengono modeste quantità di sostanze ad azione farma­cologica tonica ed eccitante (caffeina, teobromina), oltre a sostanze aromatiche e oli essenziali: per uso alimentare se ne preparano i derivati, generalmente infusi. I più noti e diffu­si fra gli alimenti nervini sono c., tè e cacao. Il valore nutritivo del c. è minimo e dovuto quasi totalmente allo zucchero con il quale viene dolcificato; la sua importanza è pertanto legata alla sostanza farmacologicamente attiva in esso contenuta, cioè la caffeina. Il c. favorisce inoltre la escrezione sia di aci­do cloridrico nello stomaco (è quindi controindicato in caso di ulcera peptica e di gastrite) sia dei succhi biliari nel duode­no; interviene sull’attività intestinale aumentando la peristalsi (perciò è sconsigliato a chi soffre di colon irritabile); è in gra­do di aumentare la pressione sanguigna. Poiché le modalità di preparazione, l’assuefazione, l’assunzione a digiuno o dopo i pasti, la soglia individuale di stimolazione variano in larga misura, non è possibile indicare un comportamento generale al quale attenersi: è, comunque, consigliabile di­stanziarne le assunzioni per evitare il facile accumulo di caf­feina nell’organismo e quindi la comparsa di effetti tossici. Il c. è sconsigliabile alle persone iperemotive, irritabili o soffe­renti d’insonnia, agli ipertiroidei, ipertesi e cardiopatici in ge­nere, agli ulcerosi, alle donne gravide e ai bambini. I c. de- caffeinati trovano la loro migliore applicazione nei casi in cui occorre vietare l’uso del c. (eccetto che nelle ulcere pepti­che, in cui anche il c. decaffeinato è controindicato), caffeina,alcaloide contenuto nel caffè, nel tè, nel matè, nelle noci di cola. A dosi terapeutiche (100-200 mg) produce una lieve stimolazione del sistema nervoso centrale, che può facilitare il lavoro fisico e intellettuale. Stimola i centri re­spiratori, aumenta la secrezione acida e la diuresi, aumenta la forza di contrazione e la frequenza cardiaca. Una tazza di caffè comune all’italiana (5-7 g di caffè in polvere per tazza) può contenere da 0,05 a 0,15 g di c. (il caffè casalingo ne contiene circa 0,12-0,15 g; l’espresso del bar circa 0,08 g), una tazza di tè ne contiene 0,06-0,075 g (inoltre se ne trova anche in talune bibite a base di cola). In questa quantità la c. è in grado di svolgere la sua azione farmacologica di stimolo a livello del sistema nervoso centrale. L’abuso può provoca­re intossicazione, che si manifesta con nausea, insonnia, ir­requietezza, eccitazione, tremori. L’uso prolungato provoca assuefazione. In terapia è usata come analettico respiratorio e cardiocircolatorio; in associazione con ergotamina ne au­menta l’assorbimento gastrico.

    calazio, infiammazione granulomatosa cronica di una ghiandola di Meibomio, che determina una tumefazione in­dolore della palpebra. Si differenzia dall’orzaiolo perché cro­nico, indolore e non centrato su un bulbo pilifero. Può essere esterno, verso la cute palpebrale; interno, verso la congiunti­va; o sul margine palpebrale. La terapia può essere medica, con applicazione di pomate, ma più spesso chirurgica, con asportazione del c. Se è cronicizzato e ha interessato il bor­do palpebrale, si interviene con l’elettrocoagulazione, calcagno, è l’osso più voluminoso del tarso, di cui costitui­sce la parte postero-inferiore. Ha forma irregolarmente cubi­ca e offre, posteriormente, il punto di inserzione al tendine di Achille. La parte inferiore del calcagno è detta anche tallone, calcemìa, concentrazione del calcio nel sangue, che nor­malmente è compresa tra 9 e 10 mg per 100 cc; un suo ab­bassamento (ipocalcemia) può produrre gravi alterazioni dell’attività muscolare: tetania, ipereccitabilità cardiaca, spa­smi bronchiali, vescicali, intestinali, vascolari. L’ipercalce- mia al contrario comporta riduzione dell’eccitabilità musco­lare e nervosa. La c. è sotto il controllo del paratormone (pro­dotto dalle paratiroidi) e della tirocalcitonina (prodotta dalle cellule par^follicolari della tiroide), calcificazione, deposito di sali di calcio (carbonati e fosfa­ti) in tessuti e organi. In condizioni normali si verifica durante le varie fasi del processo di ossificazione (trasformazione del tessuto osteoide in tessuto osseo). In caso di fratture ossee, la c. del tessuto connettivo che unisce i due capi ossei, nelle prime fasi della guarigione, rappresenta un processo di ripa­razione, che porta alla formazione del callo osseo. La c. pa­tologica comprende una forma distrofica e una forma meta­statica. La c. distrofica consiste nel deposito di sali di calcio in tessuti morti. In genere non si associa a un aumento della concentrazione di calcio nel sangue. Esempio molto fre­quente è la c. dei linfonodi colpiti da infezione tubercolare (anche asintomatioa). Di questo tipo è anche la c. della pare­te vascolare nell’arteriosclerosi. La c. metastatica consiste invece nella deposizione di sali di calcio in tessuti vivi e nor­mali, e si associa quasi sempre ad alterazioni del metaboli­smo del calcio con aumento della sua concentrazione nel

    CALCAGNO

     

    sangue (es. in corso di iperparatiroidismo, intossicazione da vit. D, morbo di Addison, tumori ossei disseminati, leuce­mia).

    calcificazione dentaria, sin. di mineralizzazione denta­ria.

    calcinosi, formazione nell’organismo di diffusi depositi di sali di calcio. Può essere generalizzata, interessando il tes­suto sottocutaneo, i muscoli, organi quali il cuore, lo stoma­co, le arterie, ecc.; oppure può essere localizzata a un solo organo (es. nefrocalcino§i, con localizzazione al rene). Si tratta di una calcificazione metastatica, che si osserva più frequentemente in caso di eccessiva concentrazione di cal­cio nel sangue, dovuta a distruzione nell’osso (metastasi os­see, mieloma, osteite fibrosa cistica), calcio, elemento chimico che svolge nell’organismo varie e importanti funzioni: entra nella composizione delle ossa e dei denti, partecipa ai meccanismi della coagulazione emati­ca, permette gli scambi materiali attraverso la membrana delle cellule. Inoltre ha un ruolo primario nei processi di con­trazione della muscolatura liscia, scheletrica e del miocardio e prende parte, come cofattore, a numerose reazioni enzi­matiche. Lo schelètro umano contiene infatti 1000-1200 g di c.; la sua percentuale media nel sangue è di 9-10 mg per 100 cc; tale quantità è in parte legata all’albumina plasmati- ca, in parte libera come calcio-ione o in forma non ionizzata. Nelle ossa il c. è presente sotto forma di idrossi- e carbonato apatite. Questi sali formano depositi insolubili che tuttavia l’organismo può utilizzare all’occorrenza; a tal fine essi ven­gono mobilizzati dalle ossa e solubilizzati nel sangue attra­verso meccanismi ormonali (paratormone) oppure con pic­cole variazioni della concentrazione idrogenionica, cioè del pH, dei fluidi circolanti. L’individuo adulto assume giornal­mente con gli alimenti 500-800 mg di c., come complesso calcio proteico o come sale di acidi organici. L’apporto calci­co dei sali inorganici (fosfati, carbonati, bicarbonati, ecc.) è invece di scarsa importanza in quanto tali sali figurano negli alimenti in quantità molto modeste. L’assorbimento intesti­nale del c. è favorito dalla vit. D e dai sali biliari, mentre è ini­bito dall’acido ossalico e dall’acido fitico. Questi acidi posso­no alterare sensibilmente il bilancio calcico dell’organismo specie se, accanto a un ridotto apporto di c. alimentare, ven­gono introdotte forti quantità di verdure ricche di ossalati (spinaci, crescione, barbabietole, pomodori, ecc.) oppure cereali o farine integrali di grano, orzo, avena, mais, che contengono molto acido fitico. L’escrezione del c. avviene per via intestinale e urinaria, in gran parte sotto forma di os- salato. In normali condizioni fisiologiche il bilancio calcico è in equilibrio, poiché la quantità introdotta giornalmente è pa­ri a quella eliminata. Ciò si osserva, entro certi limiti, anche con l’assunzione di diete ipocalciche, in quanto l’organismo può normalizzare il bilancio attraverso la mobilizzazione di adeguate riserve ossee. Nell’infanzia è necessario un bilan­cio calcico positivo (le quote introdotte devono superare in buona misura quelle eliminate) per assicurare la normale mi­neralizzazione dello scheletro: tra il 3° e il 13° anno di vita vengono trattenuti giornalmente circa 10 mg/kg di peso cor­poreo di c.; tale fenomeno (calciopessia), attuato con l’inter­vento della vit. D, è fondamentale ai fini dell’accrescimento. Un aumento del fabbisogno di c. dell’organismo si osserva anche durante la gravidanza e l’allattamento, calcioantagonisti, farmaci caratterizzati dalla proprietà di inibire selettivamente l’afflusso degli ioni calcio all’interno delle cellule del cuore e delle cellule muscolari lisce delle ar­terie coronariche e dei vasi sanguigni periferici. Ciò compor­ta diversi effetti: riduzione del lavoro del cuore con conse­guente riduzione del fabbisogno di ossigeno; diminuzione delle resistenze vascolari periferiche direttamente collegata all’azione antipertensiva; spiccata vasodilatazione del circo­lo coronarico con azione particolarmente efficace nel preve­nire o risolvere lo spasmo dei vasi, con miglioramento della perfusione coronarica; infine, azione protettiva nei confronti del metabolismo del tessuto miocardico, in quanto, impe­dendo l’accumulo del calcio, è possibile prevenire la perdita

    METABOLISMO DEL CALCIO

     

    di composti energetici (ATP o adenosintrifosfato) delle fibre miocardiche. I c. trovano attualmente largo impiego nella te­rapia dell’insufficienza coronarica acuta e cronica (angina da sforzo, a riposo, angina instabile, ecc.), in alcune forme di scompenso cardiaco e di ipertensione arteriosa. Alcuni pos­siedono inoltre una spiccata azione antiaritmica e sono quin­di utilizzati nel trattamento di aritmie come la tachicardia pa­rossistica sopraventricolare e la fibrillazione atriale. I princi­pali attualmente in uso clinico sono la nifedipina, il verapa- mil, il diltiazem, la nimodipina. Altri influenzano l’ingresso di calcio, ma anche di sodio e di magnesio (es. prenilamine, ci- narizina, flunarizina, fendilina).

    calciopenìa, condizione patologica caratterizzata da un insufficiente contenuto di sali di calcio nell’organismo (es. in caso di insufficiente apporto alimentare di calcio, o di insuffi­ciente assorbimento a livello intestinale, o di un aumento del fabbisogno corporeo, ecc.). È soprattutto frequente durante la gravidanza, l’accrescimento, in caso di insufficienza pan­creatica. Le manifestazioni cliniche consistono in decalcifi­cazione delle ossa e dei denti, crampi muscolari, dolori os­sei, facile comparsa di fratture.

    calcitonina, ormone polipeptidico sintetizzato e secreto dalle cellule parafollicolari, o cellule C, della tiroide. I suoi ef­fetti fisiologici e le possibili applicazioni terapeutiche sono ancora in corso di studio. L’azione meglio conosciuta è la re­golazione del metabolismo del calcio, in antagonismo con il paratormone, prodotto dalle ghiandaie paratiroidi. La c. è ipocalcemizzante poiché inibisce il riassorbimento osseo bloccando l’attività degli osteoclastì, cellule deputate all’ero­sione e al rimaneggiamento della sostanza ossea. In tal mo­do diminuisce il passaggio di calcio dall’osso al sangue e di conseguenza i livelli ematici del calcio stesso. Sembra an­che agire a livello renale, aumentando l’eliminazione di cal­cio e fosforo. Il principale elemento regolatore della secre­zione di c. è la concentrazione degli ioni di calcio nei liquidi organici: se essa è elevata, stimola la secrezione dell’ormo­ne, se è bassa la inibisce. La misura dei livelli ematici di c. è essenziale per la diagnosi di carcinoma midollare della tiroi­de, tumore che secerne c. in quantità elevate. La c. viene at­tualmente utilizzata, per via parenterale o come spray nasa­le, nella terapia dell’osteoporosi, del morbo di Paget e delle metastasi osteolitiche di molti carcinomi, calciuria, contenuto di sali di calcio nell’urina; in condizioni fisiologiche nelle 24 ore sono eliminati per via urinaria 200 mg di calcio.

    càlcolo, concrezione di sali minerali che si forma soprattut­to nelle cavità organiche o nei dotti ghiandolari per precipita­zione e aggregazione dei sali contenuti nei liquidi organici. Il

    CALCOLO________________________

    biliare (v. calcolosi biliare, colelitiasi, coledocolitiasi)

    pancreatico (v. pancreatite)

    prostatico

    renale (v. calcolosi renale)

    salivare (v. scialolitiasi)

    ureterale

    uretrale

    vescicale

    1. può formarsi in ogni tessuto dove si depositino calcio o al­tri minerali; il suo nucleo può anche essere costituito da un piccolo coagulo ematico, frammenti mucosi e da qualunque altra sostanza estranea penetrata nelle cavità degli organi o nei dotti ghiandolari. Il c. ordinariamente non provoca alcun disturbo sino a quando non si sposti dal luogo di formazione o assuma proporzioni tali da ostacolare le funzioni organi­che e comprimere i tessuti circostanti, (v. tabella) calcolosi biliare, affezione caratterizzata dalla presenza di concrezioni all’interno della colecisti (colelitiasi) o all’inter­no de( dotto biliare comune (coledocolitiasi). Nei Paesi occi­dentali il 20% delle donne e l’8% degli uomini al di sopra dei 40 anni di età sono affetti da calcolosi biliare (v. anche coleli­tiasi; coledocolitiasi).

  • cancerògeno, fattore di natura chimica, fisica o biologica in grado di innescare il processo di cancerogenesi e condur­re così alla trasformazione della cellula normale in cellula neoplastica. Fra i composti chimici presenti in natura, soltan­to una quarantina sono stati sicuramente identificati come c. nella specie umana, mentre per centinaia di sostanze esisto­no dati epidemiologici o sperimentali estremamente sospet­ti, ma non assolutamente incontrovertibili. Stabilire con cer­tezza che una sostanza è c. è molto più semplice che non l’e­scluderlo: questo è possibile sperimentalmente solo dopo molto tempo e molte ricerche. Fra le sostanze chimiche c. la maggior parte ha relazione con l’ambiente di lavoro. L’arse­nico (responsabile di tumori nei minatori, nei fonditori e negli addetti alla preparazione di leghe e smalti) è stato correlato a tumori polmonari, epatici o cutanei; l’asbesto (silicato di magnesio utilizzato per la produzione dell’amianto e per la costruzione dei freni di veicoli a motore) è responsabile di tu­mori pleurici (mesoteliomi); le amine aromatiche (benzidina e anilina), impiegate nella preparazione di vernici e gomme, sono legate allo sviluppo di tumori vescicali; il benzene è causa di leucemie tra i lavoratori dell’industria delle colle e delle vernici; il cloruro di vinile o PVC (costituente di materiali plastici di vasto impiego) è stato posto in relazione con tumo­ri epatici; il cromo e il nichel possono causare tumori polmo­nari. Gli idrocarburi aromatici (benzopirene, dibenzoantra- cene, ecc.), contenuti nei gas di scarico dei motori a scoppio e delle caldaie a gasolio, sono costituenti chimici normal­mente presenti anche nel fumo di tabacco, a buon conto da ritenersi il principale agente c. presente nell’ambiente. L’in­cidenza di cancro del polmone è dieci volte più frequente nei fumatori e per di più il fumo è associato con un rischio più elevato di cancro del cavo orale, dell’esofago, del rene, del­la vescica e del pancreas. Le neoplasie legate al fumo con­tribuiscono a quasi un terzo delle morti fra gli uomini e a circa un decimo fra le donne. Smettere di fumare determina un abbassamento del rischio di tumore che, dopo dieci anni, eguaglia praticamente quello dei non fumatori. Il ruolo della dieta nella cancerogenesi è incerto e dibattuto. Un gran nu­mero di sostanze (conservanti, additivi, antiossidanti) estra­nee ai principi nutritivi vengono quotidianamente introdotte nell’organismo con potenziale effetto c.: fra queste i nitrati (utilizzati nell’industria conserviera dei salumi) sono stati im­plicati nello sviluppo del carcinoma dello stomaco e del colon-retto. Ma le stesse abitudini dietetiche possono favori­re l’insorgenza di tumori: non solo le modalità di preparazio­ne dei cibi (l’affumicatura, la cottura alla brace), ma la stessa composizione qualitativa della nostra dieta può agire in sen­so c.: l’eccessivo consumo di grassi è stato associato a un aumentato rischio di carcinoma della mammella o del colon; così il consumo di alcol è in grado di potenziare l’effetto c. del fumo o di agire di per sé come fattore oncògeno sull’eso­fago, sul fegato o persino sulla mammella (v. anche tumori, prevenzione dei). Alcuni farmaci od ormoni sono stati ritenu­ti c.: è il caso del dietilstilbestrolo (derivato estrogenico utiliz­zato in passato per ridurre la minaccia d’aborto in gravidan­za, e tuttora impiegato in zootecnia per aumentare la resa degli animali da macello) significativamente associato all’in­sorgenza di tumori vaginali (nella discendenza di donne che trattate per disturbi della menopausa (l’associazione oggi consigliata col progesterone riduce di molto il rischio). Molti farmaci antitumorali (specialmente gli alchilanti) hanno pur­troppo azione mutagena e c.: il loro utilizzo in neoplasie del­l’infanzia (come alcune leucemie) ha portato a un aumento dei casi di secondo tumore nei giovani pazienti trattati. Ana­loga azione hanno farmaci ad azione immunosoppressiva (come l’azatioprina) utilizzati per evitare il rigetto nei trapianti d’organo. Tra i fattori di natura fisica si ritiene che le radiazio­ni ionizzanti siano responsabili di non meno del 3% delle neoplasie. L’esperienza dei sopravvissuti alle esplosioni nu­cleari o degli individui accidentalmente esposti a sorgenti ra­dioattive ha confermato che quasi tutti i tessuti sono suscetti­bili di danno, ma gli organi più sensibili sono il midollo osseo, la mammella e la tiroide. Il periodo di latenza fra l’esplosione e la comparsa del tumore può andare da 2-5 anni per le leu­cemie acute, a 5-10 anni per le altre neoplasie. La radiazione elettromagnetica del sole costituisce il fattore di rischio più importante per i tumori cutanei, compreso il melanoma. Tra i fattori biologici, nonostante i numerosi dati sperimentali, po­chi organismi viventi sono stati significativamente correlati all’insorgenza di tumori. Fra questi i virus rappresentano la categoria più importante. Dati certi esistono solo per una for­ma piuttosto rara di leucemia causata da un virus del gruppo HIV (lo stesso a cui appartiene il virus dell’AIDS). Il virus di Epstein-Barr (responsabile nei nostri climi della normale mo- nonucleosi) sembra, per complesse ragioni, implicato in una forma di linfoma diffuso in Africa e in un tipo di carcinoma na- sofaringeo comune nelle popolazioni asiatiche. Il virus del­l’epatite B è stato recentemente correlato all’insorgenza di tumori epatici mentre l’HPV (Human Papilloma Virus) a quel­la del cancro del collo dell’utero. Fra gli organismi superiori si ricorda Schistosoma, che è responsabile di una malattia, tropicale (bilharziosi) e sembra esercitare sulle vie urinarie un danno che predispone all’insorgenza di tumori vescicali. cancerosi, v. carcinosi.cancrena, v. gangrena.

    cancro, sin. di tumore, con caratteristiche proprie di mali­gnità.

    cancrocirrosi, patologia costituita dall’associazione fra cirrosi epatica e cancro primitivo del fegato. È caratterizzata dalla presenza di granulazioni neoplastiche fini e diffuse. Se­condo le attuali concezioni la cirrosi rappresenterebbe la le­sione primitiva, cui seguirebbe la forma cancerosa, cancroide, particolare forma clinica dell’epitelioma spino- cellulare. Si localizza di preferenza sul confine tra cute e mu­cosa, a livello dei genitali, ma più frequentemente del viso, in particolare al labbro inferiore. Si presenta come una chiazza infiltrativa di consistenza dura, di varie dimensioni. Tende a estendersi in superficie piuttosto che in profondità, e a ulce­rarsi nella zona centrale, perciò il sanguìnamento è fre­quente.

    candeletta, forma farmaceutica solida, cilindrica, arroton­data in punta, destinata a essere introdotta nel canale uretra­le o più comunemente in vagina. Viene utilizzata per l’appli­cazione locale di farmaci o anestetici. Càndida àlbicans, fungo, ospite abituale delle mucose; causa infezioni acute o croniche prevalentemente a carico di cute, unghie e membrane mucose (mughetto), lesioni del­l’apparato respiratorio, del sistema nervoso centrale e dei vi­sceri. Viene isolata raramente dalla cute di soggetti sani; è presente invece sulle loro membrane mucose (bocca, vagi­na) e nelle feci (v. candidosi; mughetto), candidosi, quadri patologici determinati da miceti del ge­nere Candida, più frequentemente dalla specie albicans. Candida albicans si riscontra abitualmente nel cavo orale, nella vagina e nel tratto gastrointestinale; in particolari condi­zioni può diventare infettante determinando la malattia. Tali condizioni sono rappresentate da fattori locali (umidità; ma­cerazione cutanea da pannolino bagnato, da frizione fra le pieghe cutanee nei pazienti obesi, da professioni che com­portano mani bagnate per molte ore; terapie locali con anti­
    sonici, antibiotici, immunosoppressori; diabete, tumori, ma­lattie debilitanti, deficit immunologici, gravidanza). Spesso la c. può essere la sola manifestazione di un diabete mellito non diagnosticato. Candida albicans penetra nell’organi­smo attraverso una ferita delle mucose o della cute. Le sedi cutanee maggiormente interessate sono gli spazi interdigita­li delle mani e dei piedi, gli angoli della bocca, le pieghe cu­tanee, il tessuto periungueale (e solo in un secondo tempo l’unghia). Interessa la mucosa orale con il frequente quadro del mughetto, caratteristico del bambino. Determina, inoltre, vulvovaginiti (emissione di secrezione biancastra) e balano- postiti. Le c. si manifestano con intenso eritema, fissurazioni simili a ragadi, erosioni, variamente rappresentate a secon­da della sede interessata; sono presenti prurito di variabile intensità, bruciore vivo e dolore. Le c. tendono a cronicizza- re e le recidive sono frequenti. La disseminazione ematica può portare a ascessi polmonari, endocarditi, meningiti, ascessi cerebrali, spesso causa di morte dei pazienti immu- nodepressi. La terapia consiste nell’eliminazione delle cau­se favorenti e in un corretto trattamento antimicotico locale e generale.

    cànfora, sostanza ad azione rubefacente e analgesica, presente in pomate ed emulsioni per uso esterno. Come sti­molante del respiro e del circolo cardiaco è usata in soluzio­ne oleosa per iniezione sottocute o intramuscolo. L’avvele­namento per ingestione della soluzione (come pure delle palline solide di prodotti antitarme, in cui è contenuta) viene trattato con lavanda gastrica, purganti ed emetici, canino, dente, v. dente.

    canizie, progressivo scolorimento del pelo, che assume to­nalità bianco-argentea. Il processo inizia all’estremità del pe­lo aderente alla cute per poi interessarlo completamente. Di fondamentale importanza le anomalie nel processo di for­mazione del pigmento melanico. La c. è un fenomeno fisio­logico, insorge verso i 40 anni alle regioni temporali coinvol­gendo poi l’intero capillizio e gli altri peli del corpo. Esiste an­che una c. precoce, che compare in età giovanile ed è dovu­ta ad alterazioni disendocrine, costituzionali, psicosomati­che. La c. congenita, presente sin dalla nascita, si osserva nei soggetti affetti da albinismo. La c. emotiva insorge im­provvisamente dopo violente emozioni o gravi traumi psichi­ci. La c. può manifestarsi anche in corso di malattie infettive, tossiche, metaboliche. Cànnabis ìndica, v. canapa indiana, canrenoato di potassio, farmaco diuretico risparmiato­re di potassio, usato in caso di scompenso cardiaco, edemi, ipertensione. Può dare sonnolenza, nausea, crampi addo­minali, eruzioni cutanee. È controindicato in caso di insuffi­cienza renale.

    cantoplàstica, intervento di chirurgia plastica sulla rima palpebrale che consiste nella sezione di un angolo delle pal­pebre per allargarne in senso orizzontale la rima e nel ripristi­no chirurgico di un angolo palpebrale. Per quest’ultimo si usufruisce di un lembo cutaneo asportato dalla sella del naso.

    capacità di intendere e di volere, indica in senso giuri­dico la possibilità per un individuo di comprendere se i pro­pri atti possono costituire un disvalore sociale e giuridico, os­sia contrastare con le prescrizioni di legge o i comportamen­ti che costituiscono reato o meno (c. di intendere) e di deter­minare i propri atti, ossia mettere in atto o meno un compor­tamento antigiuridico o antisociale (c. di volere). Si tratta di un concetto giuridico che interessa lo psichiatra forense quando un giudice, disponendo una perizia, richieda di ac­certare se la c. dell’imputato fosse abolita o grandemente scemata per vizio totale o parziale di mente, capacità inspiratoria, somma dell’aria complementare e del volume respiratorio di riposo, capacità polmonare totale, l’equivalente del volume dei polmoni dato dalla somma della capacità vitale e dell’a­ria residua; si aggira normalmente sui 5-6 I. capacità vitale, il volume di aria che l’individuo può emet­tere con un’esnira7Ìone forzata dono iin’insnirazione massi­ma. Capacità inspiratoria, polmonare totale e vitale rappre­sentano importanti parametri per la valutazione della funzio­ne respiratoria; le misure si ottengono con la spirometria. Capdepont, sìndrome di, v. displasia ectodermica. capello, pelo che si sviluppa sul cuoio capelluto. Il c. si rin­nova continuamente secondo queste fasi: la prima, di cre­scita, dura due o tre anni e interessa l’85°/o dei c.; la secon­da, durante la quale la radice del c. risale verso l’esterno; la terza porta alla comparsa di un c. di sostituzione a fianco di quello caduco.

    capézzolo, sporgenza conica o cilindriforme, situata al centro dell’areola della mammella, nel cui apice sboccano i dotti galattofori. Si presenta di dimensioni e colore assai va­riabili a seconda del gruppo umano, del momento fisiologi­co, dell’età e del sesso (è praticamente atrofizzato nel ma­schio).

    capillare (o vaso capillare), sottilissimo vaso sanguifero, si­tuato tra il ramo terminale dell’arteria e quello iniziale delle vene. Caratteristica dei c. è di suddividersi e di anastomiz- zarsi variamente, formando un fittissimo e finissimo intreccio (rete c.). Il calibro è molto variabile: il più piccolo è quello dei c. della retina e della sostanza grigia nervosa (5-8 micron), il maggiore quello dei c. delle ossa (25-30 micron). La parete dei c., priva di fibre muscolari, è costituita da uno strato di cellule endoteliali piatte, tra loro legate da una sostanza par­ticolare sì da formare una membrana continua, molto per­meabile. Loro funzione è quella di consentire gli scambi gas­sosi e nutritizi tra sangue e tessuti, capillari linfàtici, vasi sottilissimi, con la stessa costituzio­ne dei capillari della circolazione sanguigna, che fanno par­te della rete dei vasi linfatici, capillarite, infiammazione dei capillari, capitello, termine che indica l’estremità di certe ossa, per le sue analogie morfologiche con un capitello architettonico, (v. tabella)

    CAPITELLI

    CAPITELLO ARTICOLAZIONE
    del radio con l’omero
    delle coste con le vertebre
    delle ossa metacarpali con la prima falange delle dita

     

    capo, sin. di testa; anche l’estremità di un organo in cui un diametro prevalga sugli altri. (Per primo soccorso in caso di lesioni, v. Lesioni al capo p. 100). capreomicina, farmaco antitubercolare elaborato da Streptomyces capreolus. È spesso attiva sui micobatteri di­venuti resistenti agli antitubercolari maggiori (streptomicina, kanamicina, acido paraminosalicilico, ecc.). Viene in genere utilizzata in associazione con l’isoniazide e l’etambutolo, sia per aumentare l’efficacia del trattamento sia per impedire fe­nomeni di chemioresistenza.

    càpside, in virologia, particolare struttura proteica, costitui­ta da numerose subunità o capsomeri, che avvolge l’acido nucleico della particella virale (v. virus), capsòmero, in virologia, la particella proteica elementare che costituisce il capside virale.

    càpsula, forma farmaceutica cilindrica, cava, con le estre­mità arrotondate, costituita da due parti inserite l’una nell’al­tra e contenenti un farmaco in polvere, granuli o compresse. Il tipo di gelatina molle (perla) è usato per sostanze liquide o in sospensione. Si usa anche per farmaci di sapore sgrade­vole (olio di ricino, clofibrato).

    càpsula articolare, manicotto di tessuto connettivo e fi­broso che avvolge le articolazioni diartrosiche, mantenendo in posizione i capi articolari.

    CAPSULA BATTERICA

    càpsula battèrica, struttura che avvolge esternamente la cellula batterica oltre la membrana cellulare. La formazione della c. gioca un ruolo importante nell’attività patogena dei batteri, costituendo una difesa contro le sostanze battericide Drodotte dall’osoite e soDrattutto contro la faaocitosi. La Dro-
    duzione di c. è tipica di certi batteri e di certe specie all’inter­no del genere. La presenza di c. o meno condiziona anche l’efficacia di antibiotici in grado di contrastare i batteri dan­neggiandone la c.

    càpsula dentaria, rivestimento in oro, acciaio, ceramica, resine, che si usa in genere per proteggere un dente dan­neggiato o per appoggiare una protesi fissa, càpsula di Bowmann, sottile membrana che avvolge il glomerulo renale aderendo ai capillari con il foglietto interno e lasciando uno spazio fra questo e il foglietto esterno, in cui viene filtrata la preurina. A seguito di questa struttura prende origine il tubulo renale.

    Dott. Marco Casano Fisioterapista Osteopata Milano via Curtatone 6, via Pasteur 17, via Natale Battaglia 6.

    .

  • càpsula interna, struttura cerebrale a forma di lamina ri­curva, situata tra il talamo e il nucleo caudato medialmente e il nucleo lenticolare lateralmente. In essa decorrono le fibre che originano dalla corteccia cerebrale (fibre piramidali) e che a essa si dirigono (fibre sensitive provenienti dal talamo, radiazione ottica e acustica). È la sede tipica dell’emorragia cerebrale.

    capsulectomìa, asportazione chirurgica di una capsula (es. della capsula del rene).

    capsuloma, tumore benigno del rene che si localizza a li­vello della capsula renale o subito al di sotto di essa. Nella maggior parte dei casi non produce sintomi e viene scoper­to nel corso di indagini diagnostiche fatte per altri motivi,capsulotomìa, incisione di una capsula (es. della capsula del cristallino nell’operazione di cataratta, di una capsula ar­ticolare o renale).

    captazione, assorbimento e accumulo di una sostanza da parte di un tessuto o di un organo (es. la c. tiroidea dello io­dio radioattivo, che si somministra a scopo diagnostico e te­rapeutico in caso di affezioni tiroidee), captopril,farmaco antipertensivo che esplica la sua azio­ne agendo su molti fattori che determinano l’aumento della pressione. Può causare febbre, ipotensione, alterazione del gusto, eruzioni cutanee. La somministrazione deve avvenire almeno un’ora prima dei pasti. La sua azione è potenziata dai diuretici, ai quali viene spesso associato,caput medusae, aspetto patologico delle vene periombe- licali, che si presentano turgide e tortuose in alcuni casi di ipertensione portale (trombosi della vena porta, cirrosi epati­ca, ecc.). Rappresenta un circolo collaterale di sfogo,caràtteri ereditari, sono quelli trasmessi geneticamente (v. Ereditarietà p. 903).

    caràtteri sessuali, organi, attributi e aspetti dell’organi­smo che caratterizzano l’individuo come appartenente al sesso maschile o femminile. Si distinguono c. primari e c. se­condari. Quelli primari sono costituiti dagli organi genitali e riproduttivi; i secondari riguardano organi e apparati non ri­produttivi, che si sviluppano in modo differente alla pubertà per azione degli ormoni sessuali: distribuzione delle masse muscolari (quindi la forza muscolare), dell’adipe e dei peli; caratteristiche della laringe (quindi della voce); aspetto delle mammelle, e forse differenze in alcuni processi mentali, al momento attuale individuate e non ancora provate, carbamazepina, farmaco impiegato nella terapia antiepi­lettica; è usato anche nelle nevralgie del trigemino. Il suo ef­fetto può essere diminuito dall’associazione con fenobarbi- tale e difenilidantoine, e aumentato dal destropropossifene. carbaminoemoglobina (o carboemoglobina), composto che si forma all’interno del globulo rosso per unione della parte proteica dell’emoglobina con l’anidride carbonica, e che rappresenta una delle forme di trasporto nel sangue di quest’ultima. Al contrario della carbossiemoglobina, questo composto è dissociabile.

    CAPSULA DENTARIA

    carbenicillina, farmaco antibiotico derivato della penicilli­na, con lo stesso spettro dell’ampicillina. Si somministra in genere per via parenterale. A dosaggi elevati può provocare aumento del tasso di sodio e abbassamento di quello del po­tassio. La c. viene impiegata in associazione agli aminogli- cosidi, perché da sola sviluppa rapidamente resistenza. Ol­tre ad avere gli effetti collaterali delle penicilline, può agire carbenoxolone, farmaco antiulcera che agisce poten­ziando le difese della mucosa gastrica, la quale risulta cosi meno sensibile all’attacco degli ioni idrogeno. Il c. può pro­vocare: ritenzione di acqua e sodio, diminuita tolleranza al glucosio, abbassamento del contenuto di potassio nel san­gue. Deve essere usato con cautela in pazienti anziani con disturbi cardiaci e ipertensione. Poiché la sua attività dipen­de dall’acidità gastrica, gli antiacidi e gli antisecretivi posso­no interferire.

    carbimazolo, farmaco antitiroideo che agisce inibendo la sintesi degli ormoni tiroidei. Impiegato nell’ipertiroidismo, ha gli effetti collaterali e le controindicazioni degli antitiroidei, carboemoglobina, sin. di carbaminoemoglobina. carboidrati,detti anche glicidi, sono i costituenti fonda­mentali dei più diffusi alimenti di origine vegetale e rappre­sentano la componente quantitativamente più importante dell’alimentazione umana, in quanto forniscono più della metà delle calorie necessarie giornalmente (circa il 60%). I tessuti animali contengono invece una quantità relativamen­te piccola di c. (circa l’1% nell’uomo). Spesso i c. sono detti anche ‘zuccheri’, ma questo termine generico è insufficiente in quanto vi sono c. non dolci, ohe quindi sfuggono a tale de­nominazione. La principale funzione metabolica dei c. (so­prattutto del glucosio) consiste nel fungere da combustibile di pronto e facile impiego e di maggior rendimento. I glicidi hanno anche funzioni plastiche (cioè di sostegno), poiché entrano nella costituzione di strutture essenziali per gli orga­nismi viventi, quali ades. gli acidi nucleici, i lipidi cerebrali, le glicoproteine. I c. di interesse alimentare possono essere di­visi in tre categorie: monosaccaridi; oligosaccaridi; polisac­caridi. I monosaccaridi comprendono le molecole più sem­plici, non ulteriormente scindibili, e direttamente assorbibili senza bisogno di processo digestivo: i più diffusi sono il glu­cosio, il fruttasio (presente nella frutta), il galattosio (che non esiste libero negli alimenti, ma è prodotto durante la digestio­ne enzimatica del lattosio nell’intestino), il mannosio (che si trova legato a molte proteine). Gli oligosaccaridi sono costi­tuiti da poche unità di monosaccaridi: i più diffusi sono i di- saccaridi (con due molecole di monosaccaridi), tra cui il sac­carosio (formato da una molecola di glucosio più una di frut­tasio), cioè il comune zucchero da cucina; il maltosio (forma­to da due molecole di glucosio), contenuto nel cereali; il lat­tosio (formato da una molecola di galattosio e una di gluco­sio), la cui unica fonte è il latte, umano o animale. I polisacca­ridi sono polimeri prodotti dall’aggregazione di più di dieci molecole di monosaccaridi: i polisaccaridi di maggiore im­portanza per la nutrizione sono l’amido, il glicogeno, la cellu­losa, tutti costituiti da lunghe molecole di glucosio legate fra loro in modo diverso. L’amido è il c. di riserva più importante del regno vegetale ed è la principale sorgente di c. per l’ali­mentazione umana (cereali, patate, legumi). Il glicogeno è un polisaccaride del regno animale, contenuto nel fegato e nei muscoli come forma di deposito dei c.: ha scarsa impor­tanza alimentare. La cellulosa costituisce lo scheletro delle fi­bre vegetali (parte legnosa e fibrosa di tutte le piante): gli en­zimi per digerirla sono posseduti solo dagli animali erbivori, la cellulosa contenuta negli alimenti viene eliminata quasi per intero con le feci, alle quali conferisce volume e consi­stenza. Nell’organismo umano una serie di trasformazioni chimiche fa si che tutti i c. (eccetto quelli che costituiscono la fibra) vengano scissi nelle loro molecole costitutive (mono­saccaridi) e utilizzati per fornire energia. I glicidi sono infatti la sorgente di energia più pronta, utilizzabile a livello di tutti i tessùti; essi rappresentano il combustibile di scelta per il la­voro muscolare, per la cellula nervosa e per i globuli rossi. Quando l’apporto alimentare dei c. supera il fabbisogno di energia dell’organismo, essi vengono trasportati al fegato e convertiti in glicogeno, che costituisce una forma di .riserva di energia a breve termine: la possibilità di immagazzinare energia sotto forma di glicogeno è limitata; quando tale pos­sibilità è esaurita, il glucosio in eccesso viene impiegato per la sintesi degli acidi grassi e accumulato come tale nel tessu­to adiposo. Se al contrario l’apporto alimentare dei c. non è
    sufficiente, la richiesta di energia viene soddisfatta attraver­so la produzione di glucosio a partire dagli aminoacidi (glu- coneogenesi). Dal punto di vista energetico 1 g di glicidi dà 4 cai.

    carbonchio (o antrace), malattia contagiosa degli animali; può infettare-anche persone, che la contraggono per ragioni professionali (veterinari, pastori, agricoltori). È dovuto a Ba- cillus anthracis, germe produttore di spore resistenti, anche per anni, nell’ambiente esterno; colpisce ovini, bovini, equini e suini. L’infezione segue alla penetrazione delle spore attra­verso una lesione della cute (forma cutanea), oppure attra­verso l’apparato respiratorio (forma polmonare) o l’apparato digerente (forma intestinale). La più comune è la forma cuta­nea, che si manifesta a livello delle zone esposte (viso, collo, arti superiori). Dopo un periodo di incubazione di 1-3 giorni compare una papula eritemato-edematosa, che si trasforma in una vescico-pustola (pustola maligna) a contenuto emorragico-purulento; con tendenza a estendersi e a rico­prirsi di un’escara nerastra, circondata da una zona di ede­ma duro, di colorito rosso, e da piccole vescicole e pustole. Se non si interviene rapidamente, con adeguata terapia, l’e­dema si estende con grave compromissione dello stato ge­nerale del paziente (edema maligno) fino a giungere alla set­ticemia. La terapia di elezione si avvale della penicillina e delle tetracicline. Importante è la profilassi: vaccinazione e misure preventive, disinfezione degli ambienti di lavori?, carbone attivo, polvere nera ricavata per carbonizzazio­ne da vegetali, con alto potere adsorbente. Trova impiego in caso di avvelenamento per via gastrica perché si lega ai ve­leni e li sottrae all’assorbimento intestinale. È necessario pe­rò associare un purgante o fare una lavanda gastrica per eli­minare al più presto il complesso che ne risulta. Usato nelle forme diarroiche, si lega sia ai germi patogeni sia alle tossi­ne; utile in caso di meteorismo per i gas intestinali. Non deve essere assunto per periodi prolungati. Può diminuire l’assor- „ bimento di vitamine e sostanze nutritive nel tratto intestinale. Distanziare di almeno un’ora la somministrazione di altri far­maci. Non assumere contemporaneamente a gelati. Può co­lorare di nero le feci.

    carbònica, anidride, v. anidride carbonica

    carbònio, elemento chimico poco abbondante nella cro­sta terrestre, della quale rappresenta appena lo 0,08%; pre­senta un’importanza del tutto particolare perché è l’elemen­to tipico dei composti organici che costituiscono tutti gli or­ganismi viventi.

    carbossiaminopeptidasi, v.carbossipeptidasi.

    carbossiemoglobina, composto che si forma all’interno del globulo rosso per unione della parte proteica dell’emoglo­bina con il monossido di carbonio (CO), quando questo gas si trova nell’aria respirata a una pressione parziale sufficiente per occupare sull’emoglobina il sito normalmente legato dall’ossi­geno. Rispetto all’ossigeno il monossido di carbonio ha per l’emoglobina un’affinità 200-300 volte superiore. Il composto così formato è difficilmente dissociabile ed è responsabile di una grave forma di ipossia, detta ipossia anemica, carbossilasi, gruppo di enzimi che catalizzano le reazioni di condensazione dell’anidride carbonica con sostanze or­ganiche di varia natura, quali chetoni, aldeidi e idrocarburi insaturi.

    carbossilesterasi, importante categoria di enzimi che at­tuano la scissione idrolitica degli esteri di vari acidi organici, (v. tabella)

    CARBOSSILESTERASI____________________

    aliesterasi colinesterasi che scinde il legame tra acetile

    ___________ e colina____________________________

    lipasi              lipasi pancreatica, del latte,

    colesterolesterasi, fosfolipasi, lipo- proteinlipasi che scindono gli esteri del glicerolo con gli acidi grassi arilesterasi che scindono gli esteri aromatici, come il fenilacetato e il naftilacetato

    carbossipeptidasi (o carbossiaminopeptidasi), enzima contenuto nel pancreas e nell’intestino, interviene nella dige­stione delle proteine e dei polipeptidi (v. enzima), carcinòide, sìndrome da, insieme di sintomi causati da un tumore a basso grado di malignità, derivato da cellule si­tuate nell’intestino (meno di frequente nei bronchi e nel pan­creas) capaci di fissare i sali d’argento (argentaffinità). Que­sto tipo di neoplasia, di solito di piccole dimensioni, si svilup­pa nell’intestino tenue o nell’appendice e, quando ha dato metastasi epatiche o polmonari, porta alla sindrome da c. vera e propria. I disturbi generali sono dovuti alla capacità delle cellule argentaffini di produrre molte sostanze attive a distanza: si hanno scariche diarroiche frequenti, crisi di ar­rossamento cutaneo al volto e al torace, episodi asmatici, le­sioni delle pelle che ricordano la pellagra, sclerosi delle val­vole cardiache. A livello intestinale si possono verificare oc­clusioni e sanguinamenti. Si tratta di un tumore raro, difficile da diagnosticare, ma spesso curabile chirurgicamente e con terapia medica, anche in fase avanzata, carcinoma, tumore maligno di origine epiteliale. Può deri­vare da qualunque tessuto epiteliale, sia esso di rivestimento (mucose, pelle) o ghiandolare. Dagli epiteli di rivestimento di tipo malpighiano (epidermide, mucose della bocca, faringe, esofago, vagina) prendono origine l’epitelioma spinocellula- re (o squamoso), costituito da cellule simili a quelle dello stra­to spinoso dell’epidermide normale, e l’epitelioma basocel- lulare o basalioma, tipico della cute, formato da cellule simili a quelle dello strato basale. Gli epiteliomi spinocellulari pos­sono anche derivare da altri tipi di epitelio di rivestimento, in seguito a fenomeni di metaplasia (ad es. nel polmone). I tu­mori epiteliali maligni delle ghiandole vengono meglio defini­ti come adenocarcinomi: a seconda del grado di differenzia­zione ricordano più o meno nella struttura la ghiandola di ori­gine. C. embrionale: tipo di c., in genere molto maligno, deri­vante dalle cellule germinali o da un teratoma, generalmente avente sede nelle gonadi (ovaio, ma soprattutto testicolo). C. in situ: locuzione latina con cui si definisce un c. ancora con­finato nell’epitelio di rivestimento o ghiandolare, che quindi non ha ancora invaso gli strati sottostanti, carcinomatosi, v. carcinosi.

    carcinosarcoma, tumore maligno costituito la elementi di derivazione sia epiteliale sia connettivale. È un tumore molto raro: tra i più noti, il tumore di Wilms del rene; c. sono stati descritti anche a livello dell’endometrio, del polmone, dell’esofago, della mammella. Le metastasi, piuttosto fre­quenti, possono analogamente contenere componenti sia sarcomatose sia carcinomatose. La terapia è chirurgica, carcinosi (o carcinomatosi, o’cancerosi), condizione carat­terizzata dalla disseminazione diffusa di un tumore dentro l’organismo.

    carciofo (Cynara scolymus, fam. Composite), si usano in terapia le foglie, molto amare a causa del principio contenu­to, lacinarina. Ile. agisce come coleretico, colagogo, diureti­co e leggero lassativo. Ottimo stimolante delle funzioni epati­che e antitossico, è indicato nelle forme itteriche subacute e croniche; regola inoltre il tasso dell’urea e della colesterina nel sangue. Si usa la decozione delle foglie oppure la tintura madre. In associazione all’ortosifone, al rosmarino, all’olivo e al ginepro, costituisce un’ottima cura per abbassare il tas­so di colesterolo e i trigliceridi.cardìaco, arresto, v. arresto cardiaco, cardìaco, plesso, v. plesso cardìaco, ritmo, v. ritmo cardiaco, cardiale, di ciò che si riferisce al cardias dello stomaco, càrdias, orifizio superiore dello stomaco attraverso il quale l’esofago si continua con la cavità gastrica, cardioangiografia, sin. di angiocardiografia. cardiocentesi, puntura chirurgica del cuore effettuata mediante appositi aghi a scopo diagnostico o terapeutico, cardiochirurgia, branca della chirurgia che si occupa del cuore e dei grossi tronchi arteriosi intratoracici, cardiocinètici (o cardiostimolanti, o cardiotonici), farmaci capaci di aumentare il lavoro del cuore e di produrre in tal

    modo una stimolazione delle attività funzionali cardiache (frequenza, forza di contrazione, eccitabilità, ecc.). Tipici c. sono: la digitale e i derivati, le amine simpaticomimetiche, l’adrenalina, la noradrenalina, ecc. cardiocircolatorio, apparato, comprende il cuore e l’insieme dei vasi arteriosi e venosi (v. Apparato circolato­rio p. 825).

    cardiodepressori, farmaci in grado di ridurre l’attività car­diaca sovreccitata. In genere ciò si verifica sia quando vi è alterazione del ritmo cardiaco dovuto ad accelerata forma­zione dello stimolo di contrazione nel nodo senoatriale, sia nel caso di formazione di stimoli lungo i fasci nervosi, oppure nei casi di fibrillazione ventricolare. Tipici c. sono gli antiarit- mici (chinidina, procainamide, ecc.). cardiologìa, branca della medicina interna che studia gli aspetti anatomo-funzionali e fisiopatologici del cuore e del­l’apparato cardiocircolatorio. Data l’enorme rilevanza sul piano clinico ed epidemiologico delle malattie cardiovasco­lari, la moderna c., grazie anche all’introduzione continua di nuove metodologie diagnostiche é terapeutiche, è andata assumendo un’importanza sempre maggiore, qualificando­si come una disciplina autonoma, a sua volta comprendente diversi filoni specialistici, (v. tabella)

    CARDIOLOGIA_______________________

    CARDIOCIRCOLATORIO, APPARATO

    Tecniche di indagine cardiologica elettrocardiografia ecocardiografia cateterismo cardiaco angiocardiografia coronarografia scintigrafia

    risonanza magnetica nucleare

    cardiomegalìa, aumento di volume e di peso del cuore per dilatazione passiva (cardiomiopatia dilatativa) o per iper­trofia (cardiomiopatia ipertrofica), cardiomiopatìa, termine generico con cui si indica una malattia del muscolo cardiaco, generalmente dovuta a pro­cessi degenerativi. La c. dilatativa è caratterizzata da una di­latazione del ventricolo con perdita della funzione contrattile della muscolatura. Il danno può essere conseguente a sva­riati fattori (farmaci, alcol, malattie neuromuscolari, difetti del metabolismo), ma il più delle volte la causa resta sconosciu­ta (si ipotizzano fenomeni autoimmunitari). La caratteristica clinica principale è data dalla cardiomegalia con assottiglia­mento e riduzione di motilità delle pareti ventricolari: col tem­po si va progressivamente instaurando il quadro dello scom­penso, complicato, nelle fasi più avanzate, da altri sintomi (aritmie iper- e ipocinetiche, angina pectoris, embolie). La prognosi è in genere grave, con limitate risorse terapeuti­che: in casi selezionati è prospettabile l’ipotesi del trapianto cardiaco. La c. ipertrofica è una forma nella quale la cardio­megalia è secondaria a una condizione di ipertrofia, non as­sociata ad alcuna delle tipiche condizioni che ne sono re­sponsabili (ipertensione arteriosa, stenosi aortica). La funzio­ne di pompa del cuore resta all’inizio pressoché intatta, ma l’ipertrofia rende le pareti ventricolari rigide e riduce il volu­me della cavità cardiaca: ne segue col tempo un aumento della pressione a monte, che coinvolge dapprima l’atrio sini­stro e poi il circolo polmonare. Il quadro clinico anche in que­sto caso è caratterizzato dall’instaurarsi di un progressivo scompenso cardiaco, con particolare sovraccarico polmo­nare (dispnea), e dalle frequenti aritmie, spesso fatali nelle fasi terminali della malattia. Nella maggior parte dei casi la c. ipertrofica riconosce cause ereditarie. La terapia medica è in questi pazienti efficace più nel controllare la lenta progres­sione della malattia che nel risolverla, cardiopalmo, sensazione soggettiva legata alla percezio­ne del battito cardiaco. Si verifica normalmente in caso di sforzo fisico intenso o di eccitazione.

    Riabilitazione cardiologica.

  • càpsula interna, struttura cerebrale a forma di lamina ri­curva, situata tra il talamo e il nucleo caudato medialmente e il nucleo lenticolare lateralmente. In essa decorrono le fibre che originano dalla corteccia cerebrale (fibre piramidali) e che a essa si dirigono (fibre sensitive provenienti dal talamo, radiazione ottica e acustica). È la sede tipica dell’emorragia cerebrale.

    capsulectomìa, asportazione chirurgica di una capsula (es. della capsula del rene).

    capsuloma, tumore benigno del rene che si localizza a li­vello della capsula renale o subito al di sotto di essa. Nella maggior parte dei casi non produce sintomi e viene scoper­to nel corso di indagini diagnostiche fatte per altri motivi,capsulotomìa, incisione di una capsula (es. della capsula del cristallino nell’operazione di cataratta, di una capsula ar­ticolare o renale).

    captazione, assorbimento e accumulo di una sostanza da parte di un tessuto o di un organo (es. la c. tiroidea dello io­dio radioattivo, che si somministra a scopo diagnostico e te­rapeutico in caso di affezioni tiroidee), captopril,farmaco antipertensivo che esplica la sua azio­ne agendo su molti fattori che determinano l’aumento della pressione. Può causare febbre, ipotensione, alterazione del gusto, eruzioni cutanee. La somministrazione deve avvenire almeno un’ora prima dei pasti. La sua azione è potenziata dai diuretici, ai quali viene spesso associato,caput medusae, aspetto patologico delle vene periombe- licali, che si presentano turgide e tortuose in alcuni casi di ipertensione portale (trombosi della vena porta, cirrosi epati­ca, ecc.). Rappresenta un circolo collaterale di sfogo,caràtteri ereditari, sono quelli trasmessi geneticamente (v. Ereditarietà p. 903).

    caràtteri sessuali, organi, attributi e aspetti dell’organi­smo che caratterizzano l’individuo come appartenente al sesso maschile o femminile. Si distinguono c. primari e c. se­condari. Quelli primari sono costituiti dagli organi genitali e riproduttivi; i secondari riguardano organi e apparati non ri­produttivi, che si sviluppano in modo differente alla pubertà per azione degli ormoni sessuali: distribuzione delle masse muscolari (quindi la forza muscolare), dell’adipe e dei peli; caratteristiche della laringe (quindi della voce); aspetto delle mammelle, e forse differenze in alcuni processi mentali, al momento attuale individuate e non ancora provate, carbamazepina, farmaco impiegato nella terapia antiepi­lettica; è usato anche nelle nevralgie del trigemino. Il suo ef­fetto può essere diminuito dall’associazione con fenobarbi- tale e difenilidantoine, e aumentato dal destropropossifene. carbaminoemoglobina (o carboemoglobina), composto che si forma all’interno del globulo rosso per unione della parte proteica dell’emoglobina con l’anidride carbonica, e che rappresenta una delle forme di trasporto nel sangue di quest’ultima. Al contrario della carbossiemoglobina, questo composto è dissociabile.

    CAPSULA DENTARIA

    carbenicillina, farmaco antibiotico derivato della penicilli­na, con lo stesso spettro dell’ampicillina. Si somministra in genere per via parenterale. A dosaggi elevati può provocare aumento del tasso di sodio e abbassamento di quello del po­tassio. La c. viene impiegata in associazione agli aminogli- cosidi, perché da sola sviluppa rapidamente resistenza. Ol­tre ad avere gli effetti collaterali delle penicilline, può agire carbenoxolone, farmaco antiulcera che agisce poten­ziando le difese della mucosa gastrica, la quale risulta cosi meno sensibile all’attacco degli ioni idrogeno. Il c. può pro­vocare: ritenzione di acqua e sodio, diminuita tolleranza al glucosio, abbassamento del contenuto di potassio nel san­gue. Deve essere usato con cautela in pazienti anziani con disturbi cardiaci e ipertensione. Poiché la sua attività dipen­de dall’acidità gastrica, gli antiacidi e gli antisecretivi posso­no interferire.

    carbimazolo, farmaco antitiroideo che agisce inibendo la sintesi degli ormoni tiroidei. Impiegato nell’ipertiroidismo, ha gli effetti collaterali e le controindicazioni degli antitiroidei, carboemoglobina, sin. di carbaminoemoglobina. carboidrati,detti anche glicidi, sono i costituenti fonda­mentali dei più diffusi alimenti di origine vegetale e rappre­sentano la componente quantitativamente più importante dell’alimentazione umana, in quanto forniscono più della metà delle calorie necessarie giornalmente (circa il 60%). I tessuti animali contengono invece una quantità relativamen­te piccola di c. (circa l’1% nell’uomo). Spesso i c. sono detti anche ‘zuccheri’, ma questo termine generico è insufficiente in quanto vi sono c. non dolci, ohe quindi sfuggono a tale de­nominazione. La principale funzione metabolica dei c. (so­prattutto del glucosio) consiste nel fungere da combustibile di pronto e facile impiego e di maggior rendimento. I glicidi hanno anche funzioni plastiche (cioè di sostegno), poiché entrano nella costituzione di strutture essenziali per gli orga­nismi viventi, quali ades. gli acidi nucleici, i lipidi cerebrali, le glicoproteine. I c. di interesse alimentare possono essere di­visi in tre categorie: monosaccaridi; oligosaccaridi; polisac­caridi. I monosaccaridi comprendono le molecole più sem­plici, non ulteriormente scindibili, e direttamente assorbibili senza bisogno di processo digestivo: i più diffusi sono il glu­cosio, il fruttasio (presente nella frutta), il galattosio (che non esiste libero negli alimenti, ma è prodotto durante la digestio­ne enzimatica del lattosio nell’intestino), il mannosio (che si trova legato a molte proteine). Gli oligosaccaridi sono costi­tuiti da poche unità di monosaccaridi: i più diffusi sono i di- saccaridi (con due molecole di monosaccaridi), tra cui il sac­carosio (formato da una molecola di glucosio più una di frut­tasio), cioè il comune zucchero da cucina; il maltosio (forma­to da due molecole di glucosio), contenuto nel cereali; il lat­tosio (formato da una molecola di galattosio e una di gluco­sio), la cui unica fonte è il latte, umano o animale. I polisacca­ridi sono polimeri prodotti dall’aggregazione di più di dieci molecole di monosaccaridi: i polisaccaridi di maggiore im­portanza per la nutrizione sono l’amido, il glicogeno, la cellu­losa, tutti costituiti da lunghe molecole di glucosio legate fra loro in modo diverso. L’amido è il c. di riserva più importante del regno vegetale ed è la principale sorgente di c. per l’ali­mentazione umana (cereali, patate, legumi). Il glicogeno è un polisaccaride del regno animale, contenuto nel fegato e nei muscoli come forma di deposito dei c.: ha scarsa impor­tanza alimentare. La cellulosa costituisce lo scheletro delle fi­bre vegetali (parte legnosa e fibrosa di tutte le piante): gli en­zimi per digerirla sono posseduti solo dagli animali erbivori, la cellulosa contenuta negli alimenti viene eliminata quasi per intero con le feci, alle quali conferisce volume e consi­stenza. Nell’organismo umano una serie di trasformazioni chimiche fa si che tutti i c. (eccetto quelli che costituiscono la fibra) vengano scissi nelle loro molecole costitutive (mono­saccaridi) e utilizzati per fornire energia. I glicidi sono infatti la sorgente di energia più pronta, utilizzabile a livello di tutti i tessùti; essi rappresentano il combustibile di scelta per il la­voro muscolare, per la cellula nervosa e per i globuli rossi. Quando l’apporto alimentare dei c. supera il fabbisogno di energia dell’organismo, essi vengono trasportati al fegato e convertiti in glicogeno, che costituisce una forma di .riserva di energia a breve termine: la possibilità di immagazzinare energia sotto forma di glicogeno è limitata; quando tale pos­sibilità è esaurita, il glucosio in eccesso viene impiegato per la sintesi degli acidi grassi e accumulato come tale nel tessu­to adiposo. Se al contrario l’apporto alimentare dei c. non è
    sufficiente, la richiesta di energia viene soddisfatta attraver­so la produzione di glucosio a partire dagli aminoacidi (glu- coneogenesi). Dal punto di vista energetico 1 g di glicidi dà 4 cai.

    carbonchio (o antrace), malattia contagiosa degli animali; può infettare-anche persone, che la contraggono per ragioni professionali (veterinari, pastori, agricoltori). È dovuto a Ba- cillus anthracis, germe produttore di spore resistenti, anche per anni, nell’ambiente esterno; colpisce ovini, bovini, equini e suini. L’infezione segue alla penetrazione delle spore attra­verso una lesione della cute (forma cutanea), oppure attra­verso l’apparato respiratorio (forma polmonare) o l’apparato digerente (forma intestinale). La più comune è la forma cuta­nea, che si manifesta a livello delle zone esposte (viso, collo, arti superiori). Dopo un periodo di incubazione di 1-3 giorni compare una papula eritemato-edematosa, che si trasforma in una vescico-pustola (pustola maligna) a contenuto emorragico-purulento; con tendenza a estendersi e a rico­prirsi di un’escara nerastra, circondata da una zona di ede­ma duro, di colorito rosso, e da piccole vescicole e pustole. Se non si interviene rapidamente, con adeguata terapia, l’e­dema si estende con grave compromissione dello stato ge­nerale del paziente (edema maligno) fino a giungere alla set­ticemia. La terapia di elezione si avvale della penicillina e delle tetracicline. Importante è la profilassi: vaccinazione e misure preventive, disinfezione degli ambienti di lavori?, carbone attivo, polvere nera ricavata per carbonizzazio­ne da vegetali, con alto potere adsorbente. Trova impiego in caso di avvelenamento per via gastrica perché si lega ai ve­leni e li sottrae all’assorbimento intestinale. È necessario pe­rò associare un purgante o fare una lavanda gastrica per eli­minare al più presto il complesso che ne risulta. Usato nelle forme diarroiche, si lega sia ai germi patogeni sia alle tossi­ne; utile in caso di meteorismo per i gas intestinali. Non deve essere assunto per periodi prolungati. Può diminuire l’assor- „ bimento di vitamine e sostanze nutritive nel tratto intestinale. Distanziare di almeno un’ora la somministrazione di altri far­maci. Non assumere contemporaneamente a gelati. Può co­lorare di nero le feci.

    carbònica, anidride, v. anidride carbonica

    carbònio, elemento chimico poco abbondante nella cro­sta terrestre, della quale rappresenta appena lo 0,08%; pre­senta un’importanza del tutto particolare perché è l’elemen­to tipico dei composti organici che costituiscono tutti gli or­ganismi viventi.

    carbossiaminopeptidasi, v.carbossipeptidasi.

    carbossiemoglobina, composto che si forma all’interno del globulo rosso per unione della parte proteica dell’emoglo­bina con il monossido di carbonio (CO), quando questo gas si trova nell’aria respirata a una pressione parziale sufficiente per occupare sull’emoglobina il sito normalmente legato dall’ossi­geno. Rispetto all’ossigeno il monossido di carbonio ha per l’emoglobina un’affinità 200-300 volte superiore. Il composto così formato è difficilmente dissociabile ed è responsabile di una grave forma di ipossia, detta ipossia anemica, carbossilasi, gruppo di enzimi che catalizzano le reazioni di condensazione dell’anidride carbonica con sostanze or­ganiche di varia natura, quali chetoni, aldeidi e idrocarburi insaturi.

    carbossilesterasi, importante categoria di enzimi che at­tuano la scissione idrolitica degli esteri di vari acidi organici, (v. tabella)

    CARBOSSILESTERASI____________________

    aliesterasi colinesterasi che scinde il legame tra acetile

    ___________ e colina____________________________

    lipasi              lipasi pancreatica, del latte,

    colesterolesterasi, fosfolipasi, lipo- proteinlipasi che scindono gli esteri del glicerolo con gli acidi grassi arilesterasi che scindono gli esteri aromatici, come il fenilacetato e il naftilacetato

    carbossipeptidasi (o carbossiaminopeptidasi), enzima contenuto nel pancreas e nell’intestino, interviene nella dige­stione delle proteine e dei polipeptidi (v. enzima), carcinòide, sìndrome da, insieme di sintomi causati da un tumore a basso grado di malignità, derivato da cellule si­tuate nell’intestino (meno di frequente nei bronchi e nel pan­creas) capaci di fissare i sali d’argento (argentaffinità). Que­sto tipo di neoplasia, di solito di piccole dimensioni, si svilup­pa nell’intestino tenue o nell’appendice e, quando ha dato metastasi epatiche o polmonari, porta alla sindrome da c. vera e propria. I disturbi generali sono dovuti alla capacità delle cellule argentaffini di produrre molte sostanze attive a distanza: si hanno scariche diarroiche frequenti, crisi di ar­rossamento cutaneo al volto e al torace, episodi asmatici, le­sioni delle pelle che ricordano la pellagra, sclerosi delle val­vole cardiache. A livello intestinale si possono verificare oc­clusioni e sanguinamenti. Si tratta di un tumore raro, difficile da diagnosticare, ma spesso curabile chirurgicamente e con terapia medica, anche in fase avanzata, carcinoma, tumore maligno di origine epiteliale. Può deri­vare da qualunque tessuto epiteliale, sia esso di rivestimento (mucose, pelle) o ghiandolare. Dagli epiteli di rivestimento di tipo malpighiano (epidermide, mucose della bocca, faringe, esofago, vagina) prendono origine l’epitelioma spinocellula- re (o squamoso), costituito da cellule simili a quelle dello stra­to spinoso dell’epidermide normale, e l’epitelioma basocel- lulare o basalioma, tipico della cute, formato da cellule simili a quelle dello strato basale. Gli epiteliomi spinocellulari pos­sono anche derivare da altri tipi di epitelio di rivestimento, in seguito a fenomeni di metaplasia (ad es. nel polmone). I tu­mori epiteliali maligni delle ghiandole vengono meglio defini­ti come adenocarcinomi: a seconda del grado di differenzia­zione ricordano più o meno nella struttura la ghiandola di ori­gine. C. embrionale: tipo di c., in genere molto maligno, deri­vante dalle cellule germinali o da un teratoma, generalmente avente sede nelle gonadi (ovaio, ma soprattutto testicolo). C. in situ: locuzione latina con cui si definisce un c. ancora con­finato nell’epitelio di rivestimento o ghiandolare, che quindi non ha ancora invaso gli strati sottostanti, carcinomatosi, v. carcinosi.

    carcinosarcoma, tumore maligno costituito la elementi di derivazione sia epiteliale sia connettivale. È un tumore molto raro: tra i più noti, il tumore di Wilms del rene; c. sono stati descritti anche a livello dell’endometrio, del polmone, dell’esofago, della mammella. Le metastasi, piuttosto fre­quenti, possono analogamente contenere componenti sia sarcomatose sia carcinomatose. La terapia è chirurgica, carcinosi (o carcinomatosi, o’cancerosi), condizione carat­terizzata dalla disseminazione diffusa di un tumore dentro l’organismo.

    carciofo (Cynara scolymus, fam. Composite), si usano in terapia le foglie, molto amare a causa del principio contenu­to, lacinarina. Ile. agisce come coleretico, colagogo, diureti­co e leggero lassativo. Ottimo stimolante delle funzioni epati­che e antitossico, è indicato nelle forme itteriche subacute e croniche; regola inoltre il tasso dell’urea e della colesterina nel sangue. Si usa la decozione delle foglie oppure la tintura madre. In associazione all’ortosifone, al rosmarino, all’olivo e al ginepro, costituisce un’ottima cura per abbassare il tas­so di colesterolo e i trigliceridi.cardìaco, arresto, v. arresto cardiaco, cardìaco, plesso, v. plesso cardìaco, ritmo, v. ritmo cardiaco, cardiale, di ciò che si riferisce al cardias dello stomaco, càrdias, orifizio superiore dello stomaco attraverso il quale l’esofago si continua con la cavità gastrica, cardioangiografia, sin. di angiocardiografia. cardiocentesi, puntura chirurgica del cuore effettuata mediante appositi aghi a scopo diagnostico o terapeutico, cardiochirurgia, branca della chirurgia che si occupa del cuore e dei grossi tronchi arteriosi intratoracici, cardiocinètici (o cardiostimolanti, o cardiotonici), farmaci capaci di aumentare il lavoro del cuore e di produrre in tal

    modo una stimolazione delle attività funzionali cardiache (frequenza, forza di contrazione, eccitabilità, ecc.). Tipici c. sono: la digitale e i derivati, le amine simpaticomimetiche, l’adrenalina, la noradrenalina, ecc. cardiocircolatorio, apparato, comprende il cuore e l’insieme dei vasi arteriosi e venosi (v. Apparato circolato­rio p. 825).

    cardiodepressori, farmaci in grado di ridurre l’attività car­diaca sovreccitata. In genere ciò si verifica sia quando vi è alterazione del ritmo cardiaco dovuto ad accelerata forma­zione dello stimolo di contrazione nel nodo senoatriale, sia nel caso di formazione di stimoli lungo i fasci nervosi, oppure nei casi di fibrillazione ventricolare. Tipici c. sono gli antiarit- mici (chinidina, procainamide, ecc.). cardiologìa, branca della medicina interna che studia gli aspetti anatomo-funzionali e fisiopatologici del cuore e del­l’apparato cardiocircolatorio. Data l’enorme rilevanza sul piano clinico ed epidemiologico delle malattie cardiovasco­lari, la moderna c., grazie anche all’introduzione continua di nuove metodologie diagnostiche é terapeutiche, è andata assumendo un’importanza sempre maggiore, qualificando­si come una disciplina autonoma, a sua volta comprendente diversi filoni specialistici, (v. tabella)

    CARDIOLOGIA_______________________

    CARDIOCIRCOLATORIO, APPARATO

    Tecniche di indagine cardiologica elettrocardiografia ecocardiografia cateterismo cardiaco angiocardiografia coronarografia scintigrafia

    risonanza magnetica nucleare

    cardiomegalìa, aumento di volume e di peso del cuore per dilatazione passiva (cardiomiopatia dilatativa) o per iper­trofia (cardiomiopatia ipertrofica), cardiomiopatìa, termine generico con cui si indica una malattia del muscolo cardiaco, generalmente dovuta a pro­cessi degenerativi. La c. dilatativa è caratterizzata da una di­latazione del ventricolo con perdita della funzione contrattile della muscolatura. Il danno può essere conseguente a sva­riati fattori (farmaci, alcol, malattie neuromuscolari, difetti del metabolismo), ma il più delle volte la causa resta sconosciu­ta (si ipotizzano fenomeni autoimmunitari). La caratteristica clinica principale è data dalla cardiomegalia con assottiglia­mento e riduzione di motilità delle pareti ventricolari: col tem­po si va progressivamente instaurando il quadro dello scom­penso, complicato, nelle fasi più avanzate, da altri sintomi (aritmie iper- e ipocinetiche, angina pectoris, embolie). La prognosi è in genere grave, con limitate risorse terapeuti­che: in casi selezionati è prospettabile l’ipotesi del trapianto cardiaco. La c. ipertrofica è una forma nella quale la cardio­megalia è secondaria a una condizione di ipertrofia, non as­sociata ad alcuna delle tipiche condizioni che ne sono re­sponsabili (ipertensione arteriosa, stenosi aortica). La funzio­ne di pompa del cuore resta all’inizio pressoché intatta, ma l’ipertrofia rende le pareti ventricolari rigide e riduce il volu­me della cavità cardiaca: ne segue col tempo un aumento della pressione a monte, che coinvolge dapprima l’atrio sini­stro e poi il circolo polmonare. Il quadro clinico anche in que­sto caso è caratterizzato dall’instaurarsi di un progressivo scompenso cardiaco, con particolare sovraccarico polmo­nare (dispnea), e dalle frequenti aritmie, spesso fatali nelle fasi terminali della malattia. Nella maggior parte dei casi la c. ipertrofica riconosce cause ereditarie. La terapia medica è in questi pazienti efficace più nel controllare la lenta progres­sione della malattia che nel risolverla, cardiopalmo, sensazione soggettiva legata alla percezio­ne del battito cardiaco. Si verifica normalmente in caso di sforzo fisico intenso o di eccitazione; in condizioni patologi1

    Frequentemente viene avvertito in caso di extrasistole, ma non è necessariamente da considerare patologico,cardiopatìa reumàtica, v. cardite, cardiospasmo, situazione in cui il tratto terminale dell’eso­fago e il cardias gastrico non si dilatano al passaggio del ci­bo; si associa a megaesofago (attualmente si preferisce il termine acalasia esofagea),cardiostimolanti, sin. di cardiocinetici, cardiotocografìa, registrazione simultanea dei battiti car­diaci fetali e delle contrazioni uterine, attraverso un dispositi­vo che collega l’addome materno a un monitor. È impiegato dalla trentesima settimana di gravidanza in avanti. Permette di controllare la situazione del feto in modo continuativo nelle gravidanze a rischio, cardiotònici, sin. di cardiocinetici, cardioversione elèttrica, metodica terapeutica che consiste nell’applicazione di un’appropriata scarica elettrica al muscolo cardiaco allo scopo di ripristinarne il ritmo norma­le. In alcune gravi aritmie, in base a complessi meccanismi elettrofisiologici, si viene a creare nel tessuto cardiaco una sorta di cortocircuito che fa persistere l’aritmia. La c. ha lo scopo di interrompere questo cortocircuito in modo rapido e definitivo. Per metterla in atto si utilizzano particolari appa­recchiature, chiamate defibrillatori. Indicazioni alla procedu­ra sono costituite principalmente dalla fibrillazione ventrico­lare (aritmia gravissima che, se non trattata, causa la morte del paziente in pochi minuti) e da altre forme di aritmia refrat­tarie alla terapia medica con farmaci antiaritmici (tachicardie ventricolari, fibrillazione e flutter atriale). In questi ultimi casi, trattandosi di soggetti svegli e coscienti, la c. viene eseguita in anestesia totale.

    cardite, termine generico con cui si definisce l’infiamma­zione del cuore, estesa ai tre tessuti che lo compongono (en­docardio, miocardio, pericardio). La c. reumatica è un’affe­zione che comporta un coinvolgimento cardiaco in corso di reumatismo articolare acuto. Nelle fasi più precoci della ma­lattia, la c. reumatica si manifesta prevalentemente come en­docardite, spesso ad andamento fugace e mutevole, clini­camente caratterizzata dalla presenza di un soffio cardiaco: l’endocardite determina infatti la comparsa di un’insufficien­za mitralica (più raramente aortica), che soltanto nei casi più gravi si complica con aritmie o con i segni propri dello scom­penso cardiaco. L’infiammazione del muscolo cardiaco (miocardite) si associa sempre alla prima, e determina la comparsa di una persistente e marcata tachicardia, accom­pagnata o meno da disturbi del ritmo cardiaco. Più rara la contemporanea presenza di un’infiammazione pericardica (pericardite), asintomatica o tutt’al più accompagnata da do­lore in regione precordiale. La fase acuta della malattia reu­matica dura in genere poche settimane. Un’adeguata tera­pia e soprattutto un’attenta profilassi delle recidive possono evitare le conseguenze più gravi, legate al danno endocar- ditico che, se ripetuto, esita inevitabilmente in una stenosi valvolare.

    carena, sporgenza o protuberanza a forma di cresta. La c. nasale è una piccola sporgenza triangolare delle fosse nasa­li, posta anteriormente ai cornetti medio e inferiore; la c. tra­cheale è lo sperone cartilagineo posto in corrispondenza della divisione della trachea nei due bronchi principali, carenza, mancata o deficiente assunzione di principi nutri­tivi. La c. è detta nutritiva primitiva quando risulta insufficien­te la quota alimentare globale. È indicata come nutritiva se­condaria quando gli alimenti introdotti sono teoricamente sufficienti, ma si determinano talune condizioni (aumentata richiesta da parte dell’organismo di alcuni principi alimenta­ri; aumentata eliminazione degli stessi attraverso le vie urina­rie; turbe digestive; malattie del tratto gastrointestinale; vo­mito, diarrea, dispepsia; malattie endocrine) per cui risulta insufficiente l’apporto di qualche sostanza essenziale. In re­lazione alla mancanza di singoli elementi alimentari (protidi, glicidi, lipidi, sali, acqua, vitamine) le c. si distinguono in pro- tidica, glicidica e lipidica. La terapia delle forme carenziali

    verso un aumento quantitativo e qualitativo degli alimenti sia utilizzando preparati farmaceutici che contengano protidi, li­pidi e glicidi necessari. Se la c. è conseguente a una malattia si deve eliminare quest’ultima. Per la carenza di vitamine, v. avitaminosi.

    càrico di glucosio, esame utilizzato per diagnosticare un diabete mellito o un’alterata tolleranza al glucosio, in un sog­getto in cui si sospetti tale patologia o che sia considerato a rischio. Modalità di esecuzione: dosaggio della glicemia a digiuno; somministrazione per via orale di una soluzione ac­quosa contenente glucosio in quantità fissa (75 g nell’adulto; 1,5 g per kg nel bambino; 100 g nella donna in gravidanza); dosaggio della glicemia a determinati intervalli di tempo do­po la somministrazione di glucosio (ore dopo, nell’adulto e nel bambino; 90,120 e 180 min. dopo, nella donna gravida) e rilevamento della curva da carico. In un adulto è normale una glicemia a digiuno minore di 120 e, dopo due ore, ugua­le o minore a 140 (l’interpretazione dell’esame deve essere lasciata al medico). Il c. può essere anche utilizzato nella dia­gnosi di ipoglicemie (in particolare postprandiali); in tal caso si effettuano dosaggi anche dopo 3, 4, 5 ore. càrico, prova da, procedimento volto a determinare la funzionalità di un organo, che si esegue somministrando una sostanza e osservando come l’organo in esame la me­tabolizza. Ci sono prove da c. per lo studio della funzionalità pancreatica, epatica, renale.

    càrie dentale, alterazione progressiva a carattere distrutti­vo del tessuto duro del dente. Colpisce soprattutto i popoli ad alto tenore di vita con un’incidenza del 70-95%. Nono­stante l’estrema diffusione della c., l’origine dell’alterazione è tuttora relativamente poco nota e le varie teorie avanzate non sembrano in grado di risolvere completamente i vari quesiti. Il dente possiede una sua resistenza naturale diver­sa da individuo a individuo, e di conseguenza i singoli sog­getti mostrano una suscettibilità alla c. (cariorecettività) assai r“‘ variabile; è verosimile che su un terreno strutturalmente pre­disposto possano agire i diversi fattori chiaramente indivi­duati come determinanti della lesione cariosa. In modo parti­colare é da sottolineare l’importanza dei residui alimentari non asportati dalla superficie dentale: tali residui, soprattutto carboidrati o zuccheri, vanno facilmente incontro a processi fermentativi con produzione di acidi che hanno la proprietà di intaccare i tessuti duri del dente, causandone la progres­siva demineralizzazione. La presenza della placca dentale favorisce l’azione fermentativa operata dai microrganismi sui residui alimentari (glicolisi batterica e altre attività enzima­tiche specifiche) innescando così il processo che porta alla distruzione del tessuto dentale. Questo inizia dallo smalto che presenta decalcificazione e disgregazione (c. superfi­ciale); in seguito si estende in profondità (c. penetrante) con interessamento delle zone più superficiali della dentina, con decalcificazione e distruzione dell’impalcatura organica e inorganica, infiammazione della polpa (pulpite), gangrena pulpare e successiva infiammazione dei tessuti del perio- donzio. La sintomatologia dolorosa è generalmente assente nella c. superficiale. Quando la c. interessa la dentina, si av­verte sensibilità alle variazioni di temperatura (caldo, freddo) o a particolari cibi (dolci, salati, acidi), dolore che cessa col venir meno dello stimolo. Quando, infine, la c. interessa la polpa, il dolore può insorgere anche in assenza di stimoli, ed è più o meno intenso a seconda della gravità dell’interessa­mento pulpare. Di particolare importanza appare la profilas­si della c. Si distinguono una profilassi preconcezionale, per l’importanza rivestita dal fattore ereditario; una profilassi pre­natale, con una corretta alimentazione della gestante e at­tuando la fluoroprofilassi, al fine di garantire l’adeguata for­mazione e lo sviluppo della dentatura e delle strutture osteo- mucose di supporto; e, infine, una profilassi postnatale, con una corretta igiene del cavo orale e dei denti e con l’osser­vanza di semplici regole dietetiche. Alla luce delle informa­zioni disponibili, tuttavia, il modo di gran lunga più efficace nella profilassi della c. appare quello costituito dalla terapia ^r» fti ti-irn QocnnHr, roronti etimo la fli inrnnrnfilassi annare

    in grado di ridurre l’incidenza della c. del 50-60% rispetto ai controlli non trattati cosi. Per quanto riguarda la terapia, essa tende all’eliminazione totale dei tessuti colpiti, alla ripulitura della cavità cariosa e all’otturazione mediante resine, ce­menti al silicio (per incisivi, canini), amalgami d’argento, oro (premolari, molari), cariocinesi, sin. di mitosi.

    CARIE
    dentina
    carie che evolve verso la dentina
    carie che evolve verso la polpa

    carie dello smalto

    cariotipo, l’insieme dei cromosomi che per numero e mor­fologia sono caratteristici di una specie. Nell’uomo il carioti­po di tutte le cellule somatiche comprende 46 cromosomi, carminativi, farmaci capaci di ostacolare o di rimuovere il ristagno di gas nel tubo digerente. L’attività dei c. può espli­carsi attraverso vari meccanismi: per aumento della motilità intestinale (anice, finocchio); per adsorbimento dei gas (car­bone vegetale e animale, caolino); o per rallentamento della produzione di gas (antisettici, disinfettanti intestinali), carne, termine che comprende le masse muscolari (mu­scolatura scheletrica) e i tessuti che vi aderiscono (grasso, frattaglie, vasi sanguigni e linfatici, nervi) degli animali da macello, da cortile e della selvaggina. Il muscolo si compone di fasci grossolani di fibre, ciascuno dei quali è avvolto da un involucro di tessuto connettivo: più le fibre sono brevi, più la c. è tenera e digeribile. Il tessuto muscolare è in stretto rap­porto con il tessuto connettivo: quest’ultimo è di colore bian­castro ed è costituito da collagene e fibre elastiche; il tessuto adiposo è formato da cellule in cui sono depositati in abbon­danza grassi neutri (trigliceridi) e lipidi complessi. Il colore dei muscoli è dovuto al contenuto di mioglobina, proteina contenente ferro, analoga all’emoglobina del sangue. La composizione chimica della carne è la seguente: 70-75% acqua, 14-20% proteine, 1-12% grassi, 1% minerali, 1% gli­cogeno e vitamine. La quantità di acqua varia con l’età del­l’animale: più l’animale è giovane, più acqua contengono le sue carni. Le proteine della c. sono importanti non solo per la quantità, ma anche per la qualità: sono infatti proteine di elevato valore biologico per l’alto contenuto di aminoacidi essenziali. Le carni degli animali giovani non sono migliori, dal punto di vista nutrizionale, di quelle degli animali adulti: anzi è spesso vero il contrario, perché le carni giovani con­tengono più acqua. I lipidi sono costituiti per il 50% da grassi saturi: il colesterolo è contenuto in quantità di circa 70-150 mg/100 g di carne. I glicidi (glicogeno) sono presenti in quantità minime. È evidente dai dati che il valore nutritivo delle differenti qualità di carne dipende essenzialmente dal loro contenuto in grassi, essendo gli altri componenti relati­vamente stabili in percentuale: infatti l’aumento di grasso in una carne non avviene a spese del contenuto proteico, ma

    CAROTIDI

    frontale                  y                                          temporale

    J y*                                 / superficiale

     

    aorta
    sottoclaveare destra
    tronco

    brachio-cefalico

    / carotide esterna

    ,——– punto di

    biforcazione della carotide interna

    carotide comune destra

    carotide comune sinistra

    / sottoclavea

    ^^               /                               / occipitale

    a spese del contenuto in acqua. Tra i minerali spiccano il po­tassio, il fosforo, il cloro, il sodio, il magnesio; il calcio è poco rappresentato. Particolarmente importante è il contenuto in ferro: il ferro della c. è da due a cinque volte più assorbito di quello contenuto nei vegetali. Per quanto riguarda le vitami­ne, nelle c. sono validamente rappresentate quelle del grup­po B, vi sono tracce di vit. A e D, mentre è del tutto assente la C. L’elevato consumo di c. è stato spesso indicato come una della cause nell’insorgenza di alcune malattie tipiche delle civiltà occidentali, quali la gotta, l’ipercolesterolemia, le malattie cardiovascolari, il cancro del colon: la c. è un valido alimento per il contenuto proteico, vitaminico e salino, come del resto validi fornitori di proteine sono altri alimenti (pesce, uova, latte, formaggio), tuttavia il suo abuso è certamente da evitare. Non ci sono però controindicazioni, contrariamente all’opinione comune, all’assunzione di c., salvo in determi­nate malattie che richiedono diete rigorose, a giudizio del medico.

    carnificazione, trasformazione del parenchima polmona­re che assume l’aspetto di tessuto muscolare. Si verifica, in genere, nelle stasi polmonari croniche dei cardiopatici e nel­le polmoniti subacute.

    CARNIFICAZIONE

    carnitina, costituente naturale delle cellule, nelle quali svol­ge un ruolo fondamentale nel metabolismo dei grassi. È l’u­nica sostanza vettrice utilizzabile dagli acidi grassi per attra­versare la membrana mitocondriale. Indirettamente influen­za anche il metabolismo glicidico e protidico, e la disponibili­tà energetica della cellula. È utile in terapia nelle miopatie conseguenti a carenza della sostanza, e nel trattamento di fibre miocardiche). È molto usata come anabolizzante e rico­stituente in generale, ma l’azione farmacologica in questo senso non è del tutto chiarita.

    caroteni, sostanze di colore giallo arancio, diffuse nei ve­getali (nelle foglie, nei petali, nella polpa dei frutti e nelle radi­ci), presenti in forte quantità nei pomodori, nelle carote e nel­l’olio di palma. Da essi deriva la vit. A. Sono usati come colo­ranti naturali e in cosmetica per la preparazione di creme ed emulsioni emollienti e protettive. Si ritiene che favoriscano l’abbronzatura, anche se l’azione in tal senso non è stata di­mostrata.

    carotenodermìa, colorazione giallastra della cute deter­minata dall’accumulo di carotene nello strato corneo; parti­colarmente evidente nelle regioni palmo-plantari. È dovuta o alla mancata conversione del carotene in vit. A (ipotiroidi- smo, diabete, grave insufficienza epatica) o a un’eccessiva introduzione di cibi ricchi di carotene (carote, arance), caròtide, vaso arterioso destinato all’irrorazione del collo e della testa. Le c. sono due: l’arteria c. comune sinistra, che si origina dall’arco aortico, e quella destra, che sorge dall’ar­teria anonima. I due vasi risalgono il collo, addossandosi alla vena giugulare interna e al vago (con cui formano il cosid­detto fascio neurovascolare del collo), biforcandosi poi all’al­tezza della cartilagine tiroidea nella c. esterna e nella c. inter­na, che penetrano nel capo, distribuendosi in rami collaterali e terminali. La c. esterna provvede essenzialmente all’irrora­zione della parete superiore del collo e della faccia, termi­nando nella ghiandola parotide; la c. interna attraversa pri­ma il canale carotideo dell’osso temporale e poi, con un trat­to flessuoso (sifone carotideo), il seno cavernoso della dura madre, provvedendo alla vascolarizzazione di gran parte del cervello e dell’occhio, carotideo, plesso, v. plesso carotideocarotideo, polso, v. polso carotideo carotidografìa, tecnica radiologica utilizzata per lo studio del circolo cerebrale mediante iniezione, nella carotide co­mune, di un mezzo di contrastò iodato. Per gli aspetti gene­rali v. angiografia.

    carpo, complesso osseo rettangolare e grossolanamente cuboide che forma parte dello scheletro del polso e della mano. È costituito da otto piccole ossa brevi, in stretto rap­porto articolare fra loro e collegate superiormente con radio e ulna, inferiormente con le ossa metacarpali. Le piccole os­sa disposte su due file trasversali (la prima appartenente allo scheletro del polso, la seconda a quello della mano) sono, dal lato del pollice a quello del mignolo: superiormente, sca- foide o navicolare, semilunare, piramidale, pisiforme; infe­riormente, trapezio, trapezoide, capitato o grande osso, un­cinato.

    carpo-metacàrpico, si dice di formazione o struttura ana­tomica che abbia attinenza con il carpo e il metacarpo della mano. L’articolazione carpo-metacarpica collega le ossa del carpo (trapezoide, trapezio, capitato e uncfnato) con quelle metacarpali.

    carpopodàlico, che riguarda le regioni sia del carpo della mano sia del piede; riferito quasi esclusivamente a spasmi muscolari le cui manifestazioni interessano soprattutto quel­le estremità.

    cartella clinica, fascicolo nel quale vengono registrati e raccolti tutti i risultati dell’anamnesi, dei vari esami obiettivi (strumentali, di laboratorio) che riguardano il paziente, i dati relativi al decorso giornaliero della malattia e la terapia svol­ta. Nella parte finale della cartella clinica viene formulata la diagnosi conclusiva. La cartella clinica costituisce un docu­mento legale.

    cartilàgine, tessuto biancastro, consistente ma elastico e flessibile, costituito da un particolare connettivo, nella cui so­stanza intercellulare decorrono fibre collagene ed elastiche. Priva di nervi e vasi, è nutrita per diffusione da una membra­na fibrosa (pericondrio) ben vascolarizzata, che di norma la circonda, eccezion fatta per le superfici articolari. Lac. costi­tuisce nella vita endouterina lo scheletro embrionale, che nel

    – :.— —– ronfiti >itr* rin ,-iiialln nccon (nrn-

    ulna
    radio
    ossa del carpo
    metacarpo

     

    cesso di ossificazione); c. persistono anche nell’adulto solo in alcune regioni del corpo (superfici articolari, piastrone sterno-costale, laringe, trachea, bronchi, pinne nasali, padi­glione auricolare, ecc.). A seconda dei casi, la c. ha funzio­ne, nel corpo umano adulto, di sostegno, di separazione tra cavità, di protezione, di articolazione, (v. tabella)

    CARTILAGINE
    TESSUTO CARTILAGINEO CARATTERISTICHE
    cellulare povero di sostanza fondamentale,
    ricco invece di grosse cellule
    fibroso ricco di fibre collagene
    ialino privo di fibre elastiche e con
    molta acqua
    elastico ricco di fibre elastiche
    calcifico contenente depositi di calcio
    che conferiscono al tessuto una
    durezza superiore

     

    cartilàgine costale, tratto cartilagineo terminale delle co­ste, con cui queste si articolano con lo sterno, cartilàgine epifisaria(o cartilagene di accrescimento), porzione di tessuto cartilagineo che, nelle ossa lunghe di in­dividui giovani, congiunge epifisi e diafisi essendo diretta­mente implicata nella crescita dell’osso in lunghezza, cartina, forma farmaceutica consistente nella dose unitaria di un farmaco in polvere, racchiusa in un involucro di carta; preparata dal farmacista, viene somministrata con l’aiuto di ostie.

    carùncola, piccola escrescenza carnosa dalla forma di papilla, (v. tabella)

    CARPO

    caseificazione, forma particolare di necrosi di tessuti, in­dotta quasi esclusivamente dal bacillo di Koch (Mycobacte- rium tuberculosis), per cui le cellule che occupano il centro della lesione tubercolare si trasformano in una massa opaca di colore giallastro. La massa caseosa così formatasi può riassorbirsi, oppure (come si verifica molto più di frequente) fluidificarsi per autolisi: si producono in tal modo i rammolli­menti e le ulcerazioni tubercolari che, ad es. nel polmone, esitano nelle caverne tubercolari, caseina, composto chimico macromolecolare apparte­nente al gruppo delle proteine. È il principale costituente proteico del latte; rappresenta infatti circa l’80°/o delle protei­ne del latte vaccino e il 45% delle proteine totali del latte

    lacrimale                piccola éscrescenza che si trova

    prostatica

    all’angolo interno dell’occhio su cui sboccano le ghiandole lacrimali

    lobo medio della prostata

    salivari                   sono due tubercoli posti ai lati del

    frenalo della lingua, su cui sboccano i condotti delle ghiandole sottomandibolari sottolinguali sono due eminenze, poste

    uretrale (o carena, otubercolo uretrale)

    lateralmente alle caruncole salivari, formate dalle omonime ghiandole

    saltuariamente presente presso lo sbocco esterno dell’uretra femminile

    cassa timpànica (o cassa del timpano), cavità dell’osso temporale, parte dell’orecchio medio; divisa dal condotto uditivo esterno per mezzo della membrana timpanica, co­munica con la faringe attraverso le trombe di Eustachio; contiene, tra l’altro, la catena degli ossicini dell’udito, cassa toràcica, sin di gabbia toracica, cassoni, malattìa dei, v. barotraumatismo, castrazione, asportazione delle ghiandole sessuali (testi­coli nel maschio e ovaie nella femmina) chirurgica o trauma­tica. Può essere monolaterale o bilaterale; in quest’ultimo caso è seguita in entrambi i sessi dalla perdita totale della ca­pacità riproduttiva e da sintomi di carenza ormonale. Da non confondere con la sterilizzazione. In terapia si ricorre alla c. chirurgica, generalmente in caso di patologia tumorale; la c. medica (in oncologia o in medicina della riproduzione) o far­macologica ottiene lo stesso risultato senza asportare le go­nadi, ma mettendole a riposo mediante somministrazione di farmaci (antiormoni: antagonisti fecettoriali, analoghi anta­gonisti, ecc.), e può essere reversibile. La c. nella femmina determina sintomi da mancata produzione ormonale e steri­lità, ma non causa di per sé disturbi sessuali, mentre nel ma­schio la carenza ormonale che ne deriva determina la totale scomparsa del desiderio e un’attenuazione dei caratteri ses­suali secondari, pur persistendo la possibilità di avere ere­zioni; la terapia androgena sostitutiva pone rimedio in modo completo a tale effetto negativo sulla libido e sui caratteri sessuali secondari. Talora utilizzata in passato per ‘curare’ l’ipersessualità maschile. Con un’accezione simbolica, nella psicanalisi il termine si riferisce a una situazione di perdita o a un complesso di situazioni limitanti che inibiscono il sog­getto.

    catabolismo, fase del metabolismo, nell’ambito della qua­le si attua la demolizione dei costituenti chimici dell’organi­smo e delle sostanze introdottevi dall’esterno a scopo ali­mentare o con altre finalità (es. farmaci), catabolito (o catabolita), composto chimico che si forma nell’organismo durante i processi catabolici o demolitivi (es. l’urea, l’ammoniaca).

    catalasi, enzimi che catalizzano la demolizione dell’acqua ossigenata in acqua e ossigeno; sono metalloproteine, il cui gruppo prostetico (cioè la parte non proteica) è rappresenta­to dal ferro. Tali enzimi hanno la capacità di proteggere i tes­suti dai perossidi, cioè da quei composti chimici che si for­mano nel corso di processi ossidativi e che sono in grado di agire come tossici sulle cellule alterandone importanti fun­zioni vitali.

    I nLLOUin
    CARUNCOLA

    catalessìa (o catalessi), fenomeno per cui, ordinando a un soggetto di assumere una data posizione, questo la mantie­ne per un tempo indefinibile. Quando è molto intensa, pos­sono essere impresse all’arto del soggetto posizioni abnor­mi e scomode (flexibilitas cerea). Si ritrova nel morbo di Par­kinson e nei Parkinsonismi, dove è determinata dalla rigidità. Il termine è anche usato in psichiatria, con significato in parte analogo, particolarmente in stati tossici acuti e nella schizo­frenia (v. anche catatonia).

    CATENA DEGLI OSSICINI

     

    cataplasma, forma farmaceutica per uso esterno, compo­sta da una pasta molle contenuta in una garza, da applicarsi calda sulla parte malata del corpo. Viene preparato al mo­mento dell’uso adoperando farine vegetali (es. farina di lino) stemperate in acqua a caldo, o in una soluzione di farmaci, in un infuso o un decotto.

    cataratta (o cateratta), opacamento parziale o totale del cristallino. Può essere coFgu’iila e’ ernie. laUi. non e’voiotiva. o acquisita, di carattereprogressivo. Tra le c. acquisite si di- stinguono?trcdrnpcàfè7’CònsegUenti a malattie oculari pre­gresse o in corso; c. conseguenti a malattie sistemiche; c. traumatiche; c. da agenti fisico-chimici; o. conseguenti a in­terventi chirurgici per asportazione incompleta del cristalli­no; c. senili, di gran lunga le più frequenti. La sintomatologia è una diminuzione del visus. La terapia è chirurgica (facò- exeresi) e consiste nell’asportazione parziale o totale del cri­stallino, cui fa seguito la correzione del difetto visivo median­te lenti o con inserimento, all’interno del globo ocùlare, di particolari lenti di plastica.

     

    Dott. Marco Casano Fisioterapista Osteopata Milano via Curtatone 6, via Pasteur 17, via Natale Battaglia 6.

  • catarro, muco prodotto dalle ghiandole mucipare delle mucose sotto uno stimolo infiammatorio. Sedi più frequenti ne sono le mucose tracheobronchiali, uterine, intestinali. Nel caso di catarro bronchiale, è importante favorirne l’espetto­razione con la tosse ed eventualmente con farmaci mucoliti- ci (v. anche espettorato), catàrtici, farmaci con azione purgante, catatonìa, insieme di disturbi psicomotori caratterizzati da riduzione dell’attività motoria. Si manifesta con arresto psico­motorio o stupore o immobilità e con ipertonia in diversi gruppi muscolari, per cui il soggetto può assumere atteggia­menti posturali, talora bizzarri, che sono mantenuti per un certo tempo (immobilità statuaria). Tipica di una forma di schizofrenia, si può riscontrare anche in altre psicosi e in stati tossinfettivi. Insorge in genere bruscamente e può permane­re da pochi minuti a diversi mesi. Si possono manifestare fasi di eccitamento. Spesso si associano altri sintomi catatonici: catalessia o flexibilitas cerea (tono muscolare di tipo plasti­co, con conservazione di atteggiamenti imposti), stereotipie, manierismi, negativismo, ecc.

    CATAPLASMA

    catecolamine, neurotrasmettitori del sistema nervoso centrale e periferico. Tra le c. ricordiamo l’adrenalina, la no- radrenalina (sintetizzate anche dalla midollare del surrene oltre che dalle terminazioni nervose delle fibre adrenergi-catena degli ossicini, è l’insieme delle tre piccole ossa che, nell’orecchio medio, sono tese in successione dalla membrana del timpano alla finestra ovale: martello, incudine e staffa.

    catepsina, enzima contenuto nei lisosomi delle cellule ani­mali; le c. intervengono nei processi di autolisi provocando la scissione dei costituenti proteici cellulari in peptidi e ami-

    CATEPSINE_________________________

    TIPO                                    AZIONE SIMILE A

    I__________________________________ pepsina

    II                     tripsina

    Introdotto sia nella vena femorale, sia in quella omerale, il mezzo di contrasto giunge all’atrio destro e quindi si distri­buisce alle altre camere cardiache.

    III                    chimotripsina

    noacidi. Hanno inoltre la funzione di distruggere le proteine di origine extracellulare (residui batterici, prodotti della rea­zione antigene-anticorpo, ecc.), allorché tali sostanze ven­gono assunte dalle cellule per fagocitosi o mediante altri meccanismi. In condizioni normali la membrana dei lisosomi impedisce la fuoruscita delle c. nel citoplasma che provo­cherebbe la distruzione degli enzimi e delle altre proteine cellulari. Particolarmente ricche di c. sono le cellule del siste­ma reticoloistiocitario e le cellule neoplastiche, (v. tabella) cateratta, v. cataratta

    catetere, strumento a forma di tubo aperto alle due estre­mità, usato per arrivare alle cavità interne dell’organismo a scopo diagnostico o terapeutico. Ha aspetto e dimensioni

    CATETERISMO CARDIACO
    diverse; è rigido, semirigido o flessibile, a seconda dell’im­piego. Più comune è l’utilizzo nelle malattie urologiche (c. vescicale o uretrale), ma può essere usato per arrivare al cuore, ai polmoni, ai vasi sanguigni, ai canali lacrimali. (Per la manutenzione e l’igiene, v. L’eliminazione urinaria p. 139).

    cateterismo cardìaco, introduzione attraverso un vaso periferico di un sottile catetere che viene poi sospinto fino al­le cavità cardiache. Il c. destro (o venoso) viene effettuato in­troducendo il catetere nella vena femorale, brachiale o giu­gulare, e sospingendolo fino all’atrio destro, poi al ventricolo destro e quindi all’arteria polmonare, fino alla più piccola ra­mificazione raggiungibile. Durante le varie manovre è possi­bile misurare le pressioni e le tensioni d’ossigeno presenti nei vari distretti, iniettare mezzi di contrasto per visualizzare radiograficamente le cavità cardiache, o coloranti particolari per studiarne la diffusione nel sangue, il tempo di circolo e ri­cavare altri dati utili alla valutazione della funzionalità cardio­circolatoria. Attraverso il catetere è anche possibile effettua­re biopsie del muscolo cardiaco. Con tecniche più sofistica­te si possono prelevare campioni di sangue refluo dalle co­ronarie per studiare alcuni aspetti del metabolismo cardia­co. Il c. sinistro (o arterioso) viene effettuato con scopi analo­ghi raggiungendo le cavità sinistre del cuore per via retro­grada, dall’arteria femorale o brachiale. Mediante c. sinistro si procede all’esecuzione dell’angiocardiografia. cateterismo tubàrico, intervento per ristabilire nell’orec­chio la pervietà della tuba di Eustachio, dilatando la tuba stessa e consentendo l’aerazione del cavo del timpano. Con il c. si possono anche far arrivare all’orecchio medio cortiso­nici, decongestionanti, balsamici, acque termali sulfuree o salsoiodiche.

    cateterismo vescicale, consiste nell’introduzione di un catetere dall’esterno, attraverso l’uretra, nella vescica. Que­sta manovra viene impiegata per svuotare la vescica quan­do il soggetto non è in grado di urinare, oppure per installar­vi sostanze medicamentose. Inoltre il c. può servire per la ci- stomanometria, con la quale si stabilisce la pressione vesci­cale.

    catgut, filo sterile ottenuto per torcitura di strisce di collage­ne prelevate dall’intestino dei mammiferi. Si usa per i punti interni delle ferite, perché viene demolito dagli enzimi dei tessuti e assorbito.

    càuda equina, termine usato per indicare l’insieme delle ultime radici spinali che, lasciato il midollo, percorrono, af­fiancate e racchiuse nel sacco terminale delle meningi spi­nali, il canale vertebrale prima e quello sacrale poi, per uscir­ne dai rispettivi fori di coniugazione, caudale, si dice di organo o parte del corpo che si trova in posizione opposta a quella della testa, caudato, si usa per indicare ogni formazione anatomica a forma di coda (es. lobo c., nucleo c.). causalgia, nevralgia caratterizzata da un dolore bruciante, continuo, spesso mal localizzabile, che compare in genere per lesioni traumatiche incomplete dei nervi mediano, ulna­re o sciatico. Il dolore è spontaneo, accentuato da stimoli lie­vi, anche emotivi, e accompagnato da alterazioni del trofi­smo cutaneo (cute arrossata, umida, sottile), osseo (osteo­porosi) e muscolare (atrofia e fibrosi). La c. è attribuita all’irri­tazione contemporanea delle fibre sensitive e vegetative. La terapia è chirurgica (decorticazione della rete simpatica), causalità, rapporto che intercorre tra un danno alla persona e la sua causa. Al medico legale spetta stabilire l’esistenza del nesso di c. Le implicazioni relative alla responsabilità del dan­no variano a seconda del tipo di rapporto tra causa ed evento dannoso: la causa efficiente è la modificazione senza la quale un evento non si verificherebbe (es. la pallottola della pistola in un omicidio); concause sono gli elementi che insieme concor­rono all’evento. Altra cosa sono la condizione, o presupposto per il verificarsi dell’evento (es. una malattia per l’errore profes­sionale del medico), e l’occasione, o circostanza che favorisce un esito peraltro già determinato.

    sia l’impiego terapeutico di sostanze caustiche pér distrug­gere escrescenze cutanee (verruche, ecc.). causticazione nasale, intervento al quale si ricorre in ca­so di epistassi. Se l’emorragia è legata a un piccolo vaso ar­terioso, si effettua una c. termica con ansa galvanica a punta smussa o a bottoncino; quando si evidenzia un fine reticolo venoso, si ricorre alla c. chimica con acido tricloroacetico o nitrato d’argento.

    càustici, sostanze ad azione locale capaci di distruggere i tessuti con i quali vengono a contatto. Sono c.: gli acidi nitri­co, solforico, tricloroacetico; gli idrati di sodio e di potassio; il cloruro di zinco, i fenoli, i cresoli, ecc. Vengono talora usati per distruggere cellule e tessuti neoplastici superficiali, porri, verruche, condilomi, fungosità di ulcere, piaghe torpide. Per circoscriverne gli effetti e per facilitarne l’applicazione, sono impiegati sotto forma di paste e cilindretti, detti pietre, matite, lapis. La loro azione è diretta essenzialmente sulle proteine cellulari, che vengono denaturate e coagulate, con relativa necrosi del tessuto patologico. Hanno una certa importanza in campo tossicologico, in quanto possono essere assunti accidentalmente o a scopo autolesivo, con serie conse­guenze sulle mucose del tratto digerente, come stenosi cica­triziali e perforazioni (per il primo soccorso, v. Avvelenamen­to p. 85).

    cauterizzazione, azione prodotta da strumenti a estremi­tà incandescente sui tessuti organici, di cui provoca la ne­crosi. La c. è stata sostituita dalla diatermocoagulazione, cava, vena, si compone di due porzioni indicate come ve­ne c. o semplicemente c.; si tratta di due voluminosi tronchi venosi che portano al cuore il sangue refluo da tutto il corpo. La superiore o discendente si origina dalla congiunzione delle due vene brachio-cefaliche, raccogliendo il sangue del capo e degli arti superiori e gettandosi nella parte antera- superiore dell’atrio destro. La c. inferiore o ascendente, che riceve il sangue venoso dagli arti inferiori, dai visceri addo­minali e da gran parte del tronco, nasce dall’incontro delle due vene iliache e sbocca nella parte postero-inferiore del­l’atrio destro.

    caverna polmonare, cavità formatasi all’interno del pa­renchima polmonare in seguito a necrosi tessutale. Caratte­ristica è la presenza di c. in corso di tubercolosi attiva, in cui il focolaio di necrosi caseosa erode un bronchiolo, vi drena il materiale necrotico e si trasforma in cavità. Spesso viene eroso anche un vaso, causando perdita di sangue rosso vi­vo, emesso con un colpo di tosse (emottisi). Grazie all’alta pressione di ossigeno ivi presente, le c. rappresentano .un ambiente altamente favorevole alla crescita di Mycobacte- rium tuberculosis. In passato, la terapia della tubercolosi ca­vitaria consisteva nello pneumotorace terapeutico di Forlani- ni, con il quale si provocava il collabimento delle pareti della c. (v. anche tubercolosi).

    cavernòsografia, indagine diagnostica radiologica per lo studio dei corpi cavernosi del pene. Trova indicazione in campo apdrologico (es, curvature peniene, impotenza da fuga venosa). Si esegue mediante somministrazione di mez­zo di contrasto ed esecuzione di radiogrammi in sequenze. Recentemente è stata introdotta la c. dinamica: dopo la som­ministrazione di mezzo di contrasto si esegue una caverno- sometria.

    cavernosometrìa, indagine diagnostica per lo studio del­l’impotenza. Si induce un’erezione mediante infusione di so­luzione fisiologica direttamente nei corpi cavernosi, e si valu­tano i flussi d’induzione e di mantenimento, caviglia,termine genericamente usato per indicare la par­te distale della gamba, delimitata, ai lati, dai malleoli, cavità,qualsiasi spazio cavo del corpo o di un organo: c. addominale, amniotica, pleurica, toracica, ecc.; in genere, la o. ha pareti proprie, rivestite da mucosa o sierosa, e un contenuto (organo, liquido, ecc.). CBP, v. cirrosi biliare primitiva.

    CCK-PZ, sigla indicante l’ormone gastrointestinale coleci- stochinina-pancreozimina (v. ormoni, tabella).

    CEA

    r*CA cinto ^ho inHi/*a l’ontinono farrinnomhrinnarin

    CECALE

    CEFALEA___________________________________________________________

    Strutture craniche sensibili al dolore

    intracraniche              arterie, grandi seni venosi, parte della dura madre della base cranica, parte della pia madre

    e dell’aracnoide, V, VII, IX, X nervo cranico per la porzione sensitiva_________________

    extracraniche             periostio, tegumenti del cranio, vasi arteriosi

    Strutture insensibili al dolore

    tessuto cerebrale e cerebellare, scatola cranica ossea in sé e vasi venosi che la attraversano

     

    cecale (o ciecale), è detto di formazione anatomica relativa all’intestino cieco (es. valvola ileocecale, appendice c.).cecità, assenza di potere visivo (detta anche ablepsia); può essere congenita (legata ad alterazioni di carattere eredita­rio o ad affezioni materne fetali) o acquisita (totale o parziale, mono- o bilaterale). In rapporto al tipo di lesione si distinguo­no: la c. sensoriale, dovuta a lesioni retiniche; la c. di condu­zione, dovuta a lesioni delle vie ottiche; la c. corticale, quan­do sussiste un interessamento del centro corticale della vi­sione. In relazione alla durata, la c. può essere temporanea (malattie generali o locali suscettibili di guarigione), oppure definitiva (affezioni di tipo congenito e lesioni locali pratica­mente inguaribili). In taluni casi le terapie medicamentose (es. retinite spastica) o chirurgiche (distacchi della retina, ca­taratta locale) permettono di superare brillantemente casi di c. apparentemente irreversibile. Casi particolari sono: la c. letterale (consiste nell’incapacità di leggere le lettere dell’al­fabeto); la c. musicale (impossibilità di riconoscere le note musicali); la c. psichica (incapacità di riconoscere parenti o amici); la c. verbale (impossibilità di comprendere il significa­to delle parole scritte).

    cecità ai colori, sin. di acromatopsia.

    cecostomia, è il risultato di un intervento chirurgico desti­nato a creare una comunicazione tra l’intestino cieco e l’e­sterno (v. anche ano artificiale).

    cefacetrile, farmaco antibiotico appartenente alle cefalo- sporine con ampio spettro d’azione. È usato per via parente- rale per infezioni a carico dell’apparato respiratorio, urinario, gastroenterico, della cute, tessuti molli, ossa. Non va asso­ciato a diuretici. Usare con cautela in pazienti con danni re­nali gravi.

    cefalea, sintomo doloroso di comunissimo riscontro nella popolazione umana, sembra riconducibile a fattori scono­sciuti (c. essenziale), a patologie generali, a patologie speci­fiche delle strutture anatomiche del capo sia intra- sia extra­craniche. Benché le cause di c. siano molteplici, è possibile che alla base ci sia un meccanismo unitario biochimico- vascolare. Sembra infatti che il punto di partenza sia costitui­to da una ipersensibilità dei recettori periferici e centrali ai mediatori dell’impulso nervoso, mediatori che sono attivi an­che sulle pareti dei vasi. Da ciò deriverebbe che sia le c. di origine vascolare (per vasospasmo e successiva dilatazio-

     

    PRINCIPALI TIPI DI CEFALEA
    TIPO DI CEFALEA LOCALIZZAZIONE INSORGENZA DOLORE PRODROMI RICORRENZA E ALTRI SINTOMI 0
    DURATA CARATTERISTICHE
    emicrania temporale, graduale. intenso, anoressia, periodica fotofobia,
    oculare, durante il inizialmente nausea, vomito, accessuale, contrazione
    occipitale, giorno, prime pulsante, poi disturbi visivi con intervalli secondaria dei
    perlopiù limitata ore del mattino, fisso (scotomi, emi- liberi muscoli
    a un emicranio migliora verso anopsia) occipitali;
    sera poliuria;
    carattere
    familiare
    ‘a grappolo’ temporale, improvvisa, di intenso, nausea, accessuale, non familiare;
    occipitale, giorno o di lancinante, marcata con intervalli più frequente nel
    facciale, notte, subito insopportabile, congestione liberi sesso maschile
    unilaterale dopo essersi si aggrava in nasale, tipica
    coricati posizione iniezione
    orizzontale congiuntivale,
    febbre, brividi

     

    da contrazione occipite, collo, in periodi di tensione tintinnii e transitoria, contrazione dei
    muscolare o da a cuffia ansia o di bitemporale vertigini, brividi può persistere muscoli del
    tensione tensione o fascia attorno e vampe di per giorni, collo; noduli
    emotiva, verso al capo,senso calore settimane o molli alla base
    sera di pressione o mesi, talvolta cranica o dietro
    stiramento per anni l’orecchio; non
    febbre
    da tumore variabile, spesso durante profondo, nausea, vomito intermittente, disturbi dell’udito
    cerebrale spesso nella un’infezione persistente, quotidiana e sordità nella
    sede del acuta delle ottuso, localizzazione
    tumore vie aeree raramente cerebello-
    ritmico o pontina;
    pulsante (l fotofobia
    da accidente variabile graduale intermittente, confusione ipertensione,
    cerebro-vascolare (trombosi), raramente fisso mentale, arteriosclerosi,
    improvviso debolezza diabete
    (emorragia)
    da meningite generalizzata, graduale intensissimo, febbre, fotobia rigidità nucale;
    occipitale continuo,, segno di Kernig;
    gravativo, impedisce il
    talwnlta ni ilcantp sonno
    PRINCIPALI TIPI DI CEFALEA (segue)
    TIPO DI CEFALEA LOCALIZZAZIONE INSORGENZA DOLORE PRODROMI RICORRENZA E ALTRI SINTOMI O
    DURATA CARATTERISTICHE
    da emorragia all’inizio sopra improvvisa intensamente vomito, diviene febbre, rigidità
    sub-aracnoidea l’occipite, poi si pulsante sonnolenza, intermittente nucale, segno di
    irradia lungo il rigidità nucale, dopo una Kernig, delirio.
    collo perdita di settimana, emiparesi,
    coscienza scompare in emorragia
    due mesi retinica,
    emorrachia,
    leucocitosi
    da trombosi generalizzata graduale seno laterale: infezioni mastoidite,
    sinusale o in gravativo, localizzate al sinusite,
    corrispondenza occipitale, seno volto foruncolosi
    del seno cavernoso:
    colpito violento, tensivo,
    esacerbazioni
    pulsanti
    da malattie orbitale e verso sera modesto, infiammazione periodica alterazione dei
    dell’occhio frontale dapprima localizzata muscoli oculari,
    limitato dell’occhio, glaucoma, irite,
    all’occhio, spasmi astigmatismo,
    poi diffuso muscolari ipermetropia
    del collo,
    fotofobia
    da malattie del diffusamente al mattino: profondo. raramente intermittente, infiammazione
    naso e seni frontale, frontale; primo intenso,’ sordo. nausea e ma con caratteri mucose;
    paranasali zigomatica pomeriggio: non pulsante, vomito di regolarità, congestione
    e nasale, mascellare; migliora in talvolta turbinati, osti,
    talvolta dietro cade verso posizione quotidiana per dotti naso-
    gli occhi e sera orizzontale settimane e frontali; fotofobia
    sopra il vertice mesi; stagionale
    (inverno)
    oost-traumatica ovunque, irregolare intenso, debolezza, cronica o vertigini
    w spesso frontale persistente. malessere ricorrente “
    o nella regione oppure pulsante
    del trauma e gravativo
    nevralgia del unilaterale, spontanea o penoso, episodica più frequente
    trigemino territorio conseguente a bruciante, ricorrente. nelle donne
    innervazione II, stimolazione di intenso attacchi della sopra i 50 anni
    III e 1 particolari aree durata di 20-30
    diramazione V sec. con
    nervo; più intervalli liberi di
    spesso a destra qualche
    secondo; dura
    per una o più
    ore
    nevralgie facciali strettamente improvvisa, bruciante. frequente, fotofobia,
    atipiche limitata ai nervi grave lancinante irregolare, lacrimazione,
    interessati imprevedibile ricorrenza
    stagionale,
    aggravamento in
    periodo di fatica
    o stress

     

    da arterite lungo le arterie graduale, si nelle prime 24 dolore ai denti dura da una a febbre,
    temporale temporali aggrava ore pulsante; durante la più settimane o moderata
    rapidamente successivamente masticazione, mesi leucocitosi.
    intenso e all’orecchio, diplopia e
    persistente, mascelle, fotofobia,
    spesso urente; zigomi iperalgia del
    peggiora in cuoio capelluto,
    posizione gonfiore al volto
    orizzontale
    da ipertensione verticale, graduale al pulsante può essere per una volta sintomi di
    occipitale risveglio intenso lungo tempo iniziata, tende ipertensione,
    l’unico sintomo a essere alterazione del ‘
    giornaliera visus, dispnea,
    nicturia, edemi;
    carattere
    familiare

    CEFALEA ESSENZIALE

    CLASSIFICAZIONE DELLE CEFALEE___________________________________________

    Cefalee essenziali congestizie accessionali: emicrania, c. a grappolo o di Horton congestizie croniche: da infiammazione della base della fronte, c. muscolo-tensiva forme miste Cefalee secondarie

    da lesioni extracraniche: dell’occhio, del naso, dei seni nasali e paranasali, delle orecchie, dei denti dàlesioni intracraniche: da alterazioni delle meningi, della pressione del liquor, processi occupanti spazio in seguito a trauma da nevralgie dei nervi cranici

    secondarie e patologiche internistiche: da ipertensione, da alterazioni vascolari: arterite vascolare di Horton, da malattie infettive, dà intossicazioni, da calore, da dismenorrea, da emozioni, ecc.

     

    1. ne) sia quelle nevralgiche possono essere ricondotte alla stessa causa prima. Le c. che derivano da processi occu­panti spazio sono invece sempre definite secondarie alla malattia causale, (v. tabelle) cefalea essenziale, v emicraniecefàlica, vena, vaso che scorre nella parte laterale del braccio, dove raccoglie il sangue refluo dalle zone superfi­ciali del braccio stesso; confluisce nella vena ascellare, cefàlico, proprio della testa; che ha rapporto con la testa; anche di parte del corpo o porzione di un organo prossime al capo.

    cefalina, sostanza grassa appartenente alla categoria dei fosfatidi, presenti in concentrazioni elevate soprattutto nel cervello e nel midollo spinale. La loro principale funzione è quella di servire da veicolo, nell’organismo, degli acidi gras­si introdotti con la dieta.

    cefaloematoma, raccolta di sangue tra periostio e tavola­to esterno della volta cranica, che compare in genere nel se­condo o terzo giorno dalla nascita come una tumefazione di diametro compreso tra i 2 e i 10 cm. La raccolta non supera i confini dell’osso interessato, poiché il periostio rimane ade­rente alle suture. La sede più comune è l’angolo postero- superiore di un parietale, più spesso quello di destra. Il c. è frequente dopo un parto spontaneo con travaglio prolunga­to, ed è dovuto alla pressione esercitata durante il parto dal­lo stretto inferiore del bacino sulla testa del neonato; può comparire anche dopo applicazione di forcipe o di ventosa. A volte si accompagna alla malattia emorragica del neonato o in piccola percentuale a una linea di frattura nell’osso sot­tostante. Non richiede trattamento. Il c. permane per 8-10 settimane, talora mesi, senza provocare alcun danno, anche se in qualche caso possono seguire anemia o iperbilirubine- mia per l’emorragia associata.

    cefalorachidiano, ogni elemento anatomico che abbia rapporto sia con la cavità cranica sia con il canale rachidiano o vertebrale. Per liquido c., v. liquor, cefaloridina, farmaco antibiotico appartenente alle cefalo- sporine ad ampio spettro d’azione. È inattivato dalle betalat- tamasi prodotte dai gram-negativi. Utilizzata per le infezioni del tratto respiratorio, può determinare disturbi renali, cefalosporine, farmaci antibiotici. Il primo termine della serie è la c. C, da cui si è partiti per la preparazione di vari de­rivati semisintetici, i quali, sia per i requisiti chemioterapici, sia per la modesta tossicità, hanno assunto un notevole inte­resse terapeutico. L’attività antibiotica è legata al blocco del­la sintesi di alcuni componenti della parete cellulare batteri­ca. Tale meccanismo d’azione è analogo a quello delle peni­cilline. La ricerca si è orientata su due filoni paralleli, uno di­retto al potenziamento dell’attività antibatterica specifica del farmaco e a migliorarne la resistenza agli enzimi betalatta- masi prodotti dai batteri, l’altro diretto a migliorare le proprie­tà farmacologiche, al fine di permettere la somministrazione per via orale e ottenere una più lunga durata d’azione. Sulla base delle diverse caratteristiche si distinguono c. di succes­sive generazioni: alla prima appartengono sostanze come la cefalotina, la cefaloridina, la cefazolina, la cefalessina, la ce- fradina, prevalentemente attive contro i germi gram-positivi, poco attive contro lo stafilococco e molti gram-negativi; alle con caratteristiche dissimili, aventi tuttavia in comune una maggior resistenza alle betalattamasi batteriche e una note­vole stabilità metabolica (cefamandolo, cefuroxima, cefossi- tina, ecc.); infine fanno parte delle c. di terza generazione farmaci come il ceftazidime, il cefotaxime, il cefoperazone, caratterizzati da una spiccata attività antibatterica contro i germi gram-negativi e contro molti anaerobi. In particolare questi ultimi preparati si dimostrano di grande utilità nella te­rapia delle infezioni acquisite in ambiente ospedaliero, so­stenute da germi gram-negativi dotati di resistenza multipla nei confronti di molti degli antibiotici comunemente impiega­ti. Possono determinare, soprattutto dopo la somministrazio­ne orale, nausea, vomito, diarrea, dispepsia, cefalotina, farmaco antibiotico appartenente alle cefalo­sporine ad ampio spettro. È usato allo stesso modo, e ha gli stessi effetti collaterali del cefacetrile. cefamandolo, farmaco antibiotico appartenente alle cefa­losporine ad ampio spettro d’azione. Può essere sommini­strato per via intramuscolare ed endovenosa. Indicato nelle infezioni delle basse vie respiratorie e dell’apparato urogeni­tale.

    cefapirina, farmaco antibiotico appartenente alle cefalo­sporine ad ampio spettro. È usato allo stesso modo e ha gli stessi effetti collaterali del cefacetrile. cefazolina, farmaco antibiotico appartenente alle cefalo­sporine ad ampio spettro. È inattivato dalle betalattamasi. Molto efficace nelle infezioni biliari, cefoperazone, farmaco antibiotico appartenente alle ce­falosporine ad ampio spettro, attivo anche su produttori di betalattamasi. Indicato nel trattamento di infezioni da germi resistenti nei confronti di molteplici farmaci antibiotici, e quin­di non più trattabili con preparati di primo impiego, nonché nel trattamento di infezioni miste e polimicrobiche che inte­ressano le vie respiratorie, urinarie, il tratto gastroenterico, l’apparato genitale, ossa, articolazioni, e di infezioni in pa­zienti immunodepressi. Può determinare diarrea, superinfe- zioni da enterococco, intolleranza all’alcol, alterazione della coagulazione del sangue.

    cefossitina, farmaco antibiotico appartenente alle cefalo­sporine con ampio spettro, resistente alle betalattamasi. In­dicato nel trattamento delle infezioni a carico delle basse vie aeree, dell’osso, dell’endocardio, dell’apparato genitale femminile. L’iniezione intramuscolare è molto dolorosa. Di­minuire le dosi in caso di danno renale, cefotaxime,farmaco antibiotico appartenente alle cefalo­sporine; ha lo stesso spettro d’azione, le indicazioni e gli ef­fetti collaterali del cefoperazone.

    cefuroxima, farmaco antibiotico appartenente alle cefalo­sporine. Ha ampio spettro d’azione perché è resistente alle betalattamasi. Usato per le infezioni delle basse vie respira­torie, e in particolare per quelle da germi resistenti a moltepli­ci antibiotici, contratte in ambiente ospedaliero, celìaco, denominazione di alcune formazioni anatomiche che sono situate in regione addominale, (v. tabella) celìaco, morbo, sindrome da malassorbimento intestina­le, scatenata dall’assunzione di cibi che contengono glutine (proteina presente nei cereali: grano, orzo, avena e segale). Si suppone che il glutine abbia un’azione tossica in soggetti rho mancano di un enzima digestivo, o che scateni una ri-

    CELIACO_________

    arteria o tronco celiaco plesso celiaco punto celiaco

    sposta immunitaria; peraltro, nel determinare la sindrome hanno importanza anche fattori genetici. L’intolleranza al glutine può comparire a qualsiasi età, ma si riscontra più di frequente durante lo svezzamento ed è irreversibile. Nei pa­zienti non sottoposti a restrizioni alimentari (a dieta libera) compaiono diarrea con steatorrea, calo ponderale, anemia (spesso unico sintomo nell’adulto), carenze vitaminiche, do­lori e fragilità ossee. Molti soggetti, però, lamentano solo di­sturbi vaghi senza diarrea. La diagnosi si pone con biopsie dell’intestino tenue, che dimostrano un appiattimento dei villi intestinali con riduzione della superficie assorbente; e inoltre misurando gli anticorpi diretti contro la gliadina (costituente del glutine con attività antigenica). Il trattamento richiede una dieta rigorosamente priva di glutine, a base di cibi appo­sitamente confezionati; nei casi ostinati si possono sommini­strare cortisonici. La dieta deve essere seguita per tutta la vi­ta, perché ulteriori contatti con il glutine scatenerebbero una riacutizzazione immediata, esponendo inoltre al rischio di tu­mori intestinali (linfomi e adenocarcinomi del tenue) a lungo termine (v. anche gliadina). celioscopìa, sin di laparoscopia, cèllula, unità fondamentale della materia vivente dotata di capacità riproduttiva e di organizzazione autonoma dal pun­to di vista sia morfologico sia funzionale (v. La cellula p. 854).

    cellulite, infiammazione circoscritta dei tessuti connettivi in­terstiziali di origine infettiva (stafilococco, streptococco, gono­cocco, ecc.), con tendenza alla diffusione. La diffusione è do­vuta principalmente alla virulenza del germe patogeno e, a volte, anche a traumi continuati o alla diminuita resistenza del- . l’organismo. La c. può localizzarsi alla cute, nel sottocutaneo e nei tessuti più profondi. Tra le forme più frequenti: la c. cervi­cale diffusa, la c. orbitaria, la c. perivescicale. Il termine c. si usa anche per indicare quella condizione del tessuto sottocu­taneo in cui si ha un’ipertrofia, spesso a sviluppo nodulare, dei componenti connettivi e adiposi. Tale condizione, che secon­do alcuni rappresenta una forma degenerativa dei connettivi, si localizza prevalentemente ai fianchi, al dorso, alle radici de­gli arti e dipende molto probabilmente dalla combinazione di fattori costituzionali con l’obesità.

    cemento, tessuto calcificato che costituisce il rivestimento esterno della radice del dente. Viene prodotto da speciali cellule del connettivo dette cementoblasti. Il c. agisce da struttura di attacco alla membrana periodontale, per cui le sue alterazioni possono causare la perdita della facoltà di impianto del dente nel suo alveolo. In odontoiatria, prendo­no il nome di c. particolari materiali adoperati per l’otturazio­ne delle cavità dentarie. I c. sono ottenuti per combinazione di una polvere e di un liquido che danno vita a una massa plastica la quale indurisce più o meno rapidamente, cencio necròtico, tessuto connettivale necrotico di aspetto denso e giallastro, che occupa la parte centrale di un foruncolo. Eliminato, lascia una profonda cavità da cui fuoriesce pus misto a sangue e a siero,cenestesi (o cenestesia), complesso di sensazioni, gene­rale, continuo e uniforme, proveniente da tutte le parti del­l’organismo e determinante nell’individuo uno stato genera­le di benessere (variazione positiva) o di malessere (variazio­ne negativa). Disturbi primitivi della c. (cenestopatie) si os­servano in soggetti affetti da nevrastenia, nevrosi, disturbi psicosomatici.

    centro, punto o area circoscritta di un organo, situata cen­tralmente o importante per caratteristiche funzionali o per particolare struttura. In particolare, il termine è largamente usato per indicare zone più o meno estese del sistema ner­voso centrale, aventi importante attività fisiologica (per i c. nervosi, v. Sistema nervoso centrale p. 850).cerchiaggio, intervento di correzione della incontinenza cervico-segmentaria, atto a prevenire l’aborto. Si pratica in anestesia generale, l’epoca migliore è tra l’ottava e la nona settimana di gravidanza. Viene inserita una fettuccia di mate­riale non assorbibile sotto la mucosa del collo dell’utero, cir­condandolo. In questo modo si determina la chiusura del ca­nale cervicale e si ripristina la sua funzione di contenimento del materiale ovulare. Il nastro viene poi rimosso al momento del parto, quando compaionp le prime contrazioni, cerchiaggio sclerale, fissazione di una banda di silicone intorno al bulbo oculare, in caso di distacco di retina; la ban­da viene tesa in modo da determinare un aumento di tensio­ne, cui segue la fuoriuscita del liquido sottoretinico per rista­bilire l’aderenza tra coroide e retina. Può essere seguito da diatermocoagulazione o criocoagulazione. cerebellare, sìndrome, complesso di sintomi che sono espressione di lesioni dei tre lobi del cervelletto. Possono es­sere variamente associati, a seconda dell’interessamento prevalente di ciascuno dei’lobi c. e delle loro connessioni con le altre strutture cerebrali. Le tre funzioni fondamentali del cervelletto, di regolazione della distribuzione del tono nei vari muscoli (tonica), di regolazione dell’energia contrattile (stenica) e di regolazione dell’equilibrio (statica), sono altera­te. Ciò comporta l’insorgenza di tre sintomi fondamentali: ipotonia, astenia, astasia (incapacità di mantenere l’equili­brio nella stazione eretta e nella marcia); a tali sintomi è ri­conducibile tutta la multiforme sintomatologia cerebellare. Per quanto riguarda la statica, il soggetto deve allargare la base di appoggio, e spesso presenta un atteggiamento asimmetrico negli arti dei due lati. La deambulazione è atas- sica e, a differenza dell’atassia sensitiva del soggetto affetto da tabe dorsale, non peggiora a occhi chiusi. Altro tipico sin­tomo c. è la dismetria, cioè la mancanza di misura nei movi­menti, che si può osservare nella deambulazione e nelle pro­ve indice-naso e tallone-ginocchio (il soggetto, invitato a toc­care rispettivamente con l’indice il naso e con un tallone il gi­nocchio dell’altra gamba, prima a occhi aperti e poi a occhi chiusi, sbaglia la mira dal lato affetto). Frequente è la piccola asinergia; nei casi più gravi si evidenzia nella deambulazio­ne la grande asinergia di Babinski. Tipico disturbo della coordinazione dei movimenti segmentari degli arti è l’adia- dococinesia, per cui movimenti rapidi e alternati degli arti (successive pronazioni e supinazioni; prova dell’avvitamen­to della lampadina) non sono eseguiti in sincronia, ma sono più impacciati e lenti dal lato malato. Frequentissimi sono an­che altri sintomi: vertigini, più spesso soggettive, non ac­compagnate da alterazioni acustiche; tremore, tipicamente intenzionale (cioè non spontaneo), che compare nei cam­biamenti di posizione e al principio e alla fine del movimento volontario; disturbi della parola, che è scandita, rallentata, esplosiva, e della scrittura, tremula, esitante, imprecisa; ni- stagmo.

    cerebropatìa, qualsiasi affezione a carico del cervello con lesione dello stesso.

    cerebrosidi, lipidi complessi di origine animale, presenti in elevata concentrazione nella sostanza nervosa bianca e gri­gia del cervello, e in piccole quantità in altri organi e strutture (cuore, rene, surrenali, polmoni, globuli rossi, leucociti, sper­matozoi, ecc.). Nei tegumenti di certi vermi parassiti (es. te­nie) sono contenuti sotto forma di complessi lipoproteici (proteolipidi), dotati di grande resistenza all’azione degli en­zimi proteolitici, quali i fermenti dei succhi intestinali, cerebrosidosi, gruppo che comprende tutte le malattie a danno dei lisosomi, da difettosa degradazione di sfingolipidi (lipidi che contengono ceramide). Si manifestano perlopiù nella prima infanzia e sono tutte trasmesse geneticamente come carattere autosomico recessivo, tranne la malattia di Fabry, che ha una trasmissione legata al cromosoma. Lo specifico deficit enzimatico determina l’accumulo delle di­verse sostanze. Vanno sospettate quando nel bambino si evidenzia un progressivo deterioramento mentale e moto­rio, con ingrossamento del fegato e della milza. La diagnosi si attua mediante lo studio di fibroblasti o leucociti coltivati in vitro.È possibile la diagnosi prenatale.

     

    Dott. Marco Casano il meglio in Fisioterapia e Osteopatia a Milano via Curtatone 6, via Pasteur 17, via Natale Battaglia 6 Milano Centro Cportivo Leonardo da Vinci.

  • degenerazioni tapeto-retìniche, malattie degenerati­ve corioretiniche ereditarie, che comportano alterazioni del campo visivo, del senso luminoso e cromatico, e modifica­zioni dell’elettroretinogramma. Possono essere essenziali o con alterazioni del fondo oculare, degente, chi occupa un posto letto perché ricoverato in ospedale o casa di cura.

    degenza, periodo di tempo che un individuo trascorre rico­verato in ospedale o casa di cura, deglutizione, complesso di meccanismi per mezzo dei quali avviene il passaggio del bolo alimentare o di un liquido dalla bocca allo stomaco. Nella deglutizione si distinguono tre fasi successive: la fase boccale, di natura volontaria, in cui il bolo viene spinto nel retrobocca; la fase faringea, di na-

     

    DEGENERAZIONE_____________________________ \_______

    torbida_____________ con rigonfiamento delle cellule che perdono la loro trasparenza

    grassa_____________ con deposito di numerose goccioline di grasso nel citoplasma

    amiloide con comparsa di ammassi di sostanza amiloide nelle cellule fibrinoide          in cui fibre collagene sono alterate e diventano simili a fibrina

     

    walleriana

    nelle fibre nervose quando siano state allontanate dal resto della cellula

    tura riflessa, che comprende la chiusura delle fosse nasali e dell’epiglottide, l’elevazione e l’inclinazione della laringe in avanti sulla base della lingua, in modo da condizionare il passaggio del bolo nell’esofago; la fase esofagea, in cui il bolo viene spinto nell’esofago per la contrazione della mu­scolatura faringea. In seguito, le sostanze solide progredi­scono per mezzo di onde peristaltiche fino al cardias; i liqui­di. normalmente, arrivano al cardias senza avere preso con­tatto con la mucosa dell’esofago, deidrocòlico, àcido, v. coleretici,deidrocorticosterone, ormone corticosteroide prodotto in modesta quantità dalle cellule della corticale surrenale. Ha attività simile al corticosterone (v. corticosteroidi), deidrocortisolo, v. cortisone.

    deidroepiandrosterone (o DHEA), ormone corticoste­roide, prodotto dalle cellule della corticale surrenale e dal te­sticolo, dotato di attività androgena. Viene prodotto fisiologi­camente in piccole quantità; tuttavia nelle sindromi adreno- genitali, a causa di un congenito deficit enzimatico, le vie di sintesi degli steroidi vengono deviate ve’rso la produzione eccessiva di questo ormone (v. corticosteroidi), deidrogenasi, classe di enzimi che intervengono nei pro­cessi biologici di ossidoriduzione catalizzando il distacco di una coppia di atomi di idrogeno da un substrato specifico e il loro trasferimento a un composto accettale. Le d. hanno un ruolo essenziale negli scambi respiratori della cellula e nei meccanismi di produzione dell’energia, deiezione, evacuazione delle feci, deiscenza, termine che indica la riapertura spontanea di una ferita casuàle ò di un taglio chirurgico dopo che i margi­ni della ferita stessa avevano collabito. Il termine viene riferi­to anche all’apertura del follicolo ooforo quando questo, a un certo momento del ciclo mestruale, è giunto a matura­zione,

    déjà vu, fenòmeno del, disturbo qualitativo della memo­ria caratterizzato da un falso riconoscimento, per cui un evento attuale, non noto, viene riconosciuto come già visto, ^attribuendo a esso erroneamente il significato di ricordo. A volte può manifestarsi in persone normali in relazione a parti­colari situazioni di stanchezza o emotività, assumendo carat­tere patologico quando è frequente o ripetuto. Si osserva più spesso in alcune forme patologiche come schizofrenia, epi­lessia, stati tossici.

    Déjerine, sìndrome di, v. bulbare, sindrome.

    delirio, disturbo psichico caratterizzato da idee (deliranti) non coerenti con i fatti reali, e non correggibili razionalmente dal soggetto in base all’esperienza e alla critica; caratteristi­ca è l’assoluta certezza che il soggetto ha della realtà delle sue rappresentazioni mentali. Il d. si può riscontrare in diver­se patologie: schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva, quadri psicorganici, stati tossici. È detto d. primario quando insorge indipendentemente da altri elementi psichici, e ap­pare inspiegabile. Il d. secondario (o deliroide) è invece deri­vabile e comprensibile in relazione ad altri contenuti psichici; può svilupparsi nei disturbi dell’affettività, nelle personalità psicopatiche, in particolari situazioni traumatiche e ambien­tali. A seconda del grado di conservazione dello stato di co­scienza, si parla di d. lucido o confuso. Il primo può essere elementare (o frammentario), scarsamente elaborato, con idee isolatee non organizzate; sistematizzato, con buona or­ganizzazione e strutturazione; il secondo è caratterizzato da evidente stato confusionale. I contenuti deliranti possono es­sere vari; in relazione a essi si evidenziano: d. di persecuzio­ne, dovuto alla convinzione di trovarsi in un ambiente ostile (d. di riferimento, di influenzamento, di veneficio, ecc.); d. di trasformazione del proprio corpo o del mondo esterno (d. di trasformazione cosmica, zooantropico, ecc.); d. depressivo, legato a particolari angosce e caratterizzato da fondamenta­le pessimismo (d. di colpa, di rovina, di negazione, ecc.); d. mistico, convinzione di particolari esperienze in rapporto con la divinità; d. espansivo, con temi svariati caratterizzati da orgoglio, sicurezza, esaltazione (d. di grandezza, genea­logico, ecc.); d. di gelosia, quando il soggetto crede ferma­mente di essere tradito dal partner (soprattutto nell’etilismo cronico).

    deliriolìtici, farmaci a effetto antidelirante (v. anche neuro­lettici). Tale azione induce un miglioramento delle prestazio­ni del paziente e delle sue capacità di adattamento alla real­tà. Sono impiegati nel controllo di forme psicotiche. I compo­sti di uso più comune appartengono al gruppo dei fenotiazi- nici e dei butirrofenoni.

    delirium tremens, sindrome psicotica che compare fre­quentemente come complicanza dell’alcolismo cronico. Sembra favorito dalla sospensione totale o parziale dell’as­sunzione di alcol, anche se sono stati considerati altri fattori legati a tale sostanza: il danno tossico sul sistema nervoso centrale, la riduzione della funzione disintossicante del fega­to, le alterazioni del sonno con interferenza di uno stato oniri­co nella veglia, il tipo di bevanda. Alcuni sintomi premonitori sono: turbe dell’umore, ansia, irrequietezza, tremori, ano­ressia, nausea, vomito, insonnia e incubi notturni. Il quadro clinico vero e proprio insorge improvvisamente ed è caratte­rizzato da: angoscia, alterazioni della coscienza con stato confuso-onirico, disturbi della memoria e della parola; alluci­nazioni soprattutto visive (zoopsie), più raramente tattili, ol­fattive o acustiche; deliri spesso a tema persecutorio o mi­naccioso; peculiare è il delirio professionale con comporta­menti che evocano l’attività lavorativa. Tra i disturbi somatici si riscontrano: tremori, sudorazione, febbre, disidratazione, ipotensione. Possibili complicazioni sono le crisi epilettiche, il collasso, la broncopolmonite. Il d. si risolve in genere in po­chi giorni, ma può essere fatale soprattutto nei soggetti in condizioni generali compromesse. Il trattamento prevede: ri­covero in ospedale, cauta sedazione, controllo dello stato cardiocircolatorio e respiratorio, controllo dell’equilibrio idro­salino, integrazione vitaminica.

    deltóide, muscolo elevatore e abduttore del braccio, situa­to nella regione omonima. Si inserisce sulla clavicola, sull’a- cromion e sulla scapola, ricopre l’articolazione scapolo- omerale e termina sull’omero.

    demenza presenile, stato di deterioramento mentale (v. demenze) che insorge prima dei 65 anni di età. Si manifesta con forme piuttosto rare; le principali sono la malattia di Alzheimer-Perusini e la malattia di Pick, che colpiscono pre­valentemente le donne. La malattia di Alzheimer è la più fre­quente; compare in genere tra i 45 e i 65 anni, con turbe del­la memoria e disorientamento, soprattutto spaziale. Seguo­no l’alterazione delle funzioni simboliche (afasia, agnosia, aprassia), irrequietezza, talora sintomi neurologici fino a un completo quadro demenziale. La malattia di Pick, più rara, ha una sintomatologia varia, poiché il danno atrofico può in­teressare zone diverse dell’encefalo. Caratteristica è la fre­quente comparsa di una sindrome prefrontale, con fenome­ni soprattutto di tipo abulico e cinetico. Anche questa forma evolve, più o meno rapidamente, verso la totale compromis­sione delle funzioni intellettive.

    demenza senile, forma di deterioramento mentale che in­sorge dopo i 65 anni di età. Colpisce con maggior frequenza le donne. L’esordio è lento e si manifesta prevalentemente con deficit della memoria, alterazioni del carattere e del comportamento, neurastenia, confusione. Segue una com­promissione più marcata delle facoltà intellettive, della me­moria e della personalità, turbe affettive, disorientamento temporo-spaziale, deliri, allucinazioni (rare). Il decorso è pro­gressivo giungendo in poco tempo (in media 4-6 anni) allo sfacelo totale. Nel corso della d. si possono osservare qua­dri clinici particolari: sindrome presbiofrenica (v. presbiofre- nia), forma delirante, forma melanconica. Talvolta può asso­ciarsi alla demenza arteriosclerotica. Quest’ultima, di origine vascolare, è la più frequente forma di deterioramento, oltre i 50 anni, e interessa in misura prevalente gli uomini; si carat­terizza per una sintomatologia polimorfa, a focolaio (alcune funzioni psichiche sono compromesse, altre meno) e per un decorso alternante, con periodi di aggravamento e periodi di remissione parziale; con adeguata terapia si possono avere dei miglioramenti.

    DENTATO

    muscolo grande d. anteriore collega la scapola con le coste, inserendosi su di queste in otto diversi punti muscoli piccoli d. dorsali               partono da processi vertebrali e terminano con numerose sporgenze lateralmente

    all’angolo delle coste

    nucleo d.                                       formazione di sostanza grigia, che ingloba sostanza bianca, all’interno di ciascuno dei

    due emisferi cerebellari

     

    demenze, stati patologici caratterizzati da deterioramento delle funzioni intellettive già completamente sviluppate. So­no dovute a una alterazione cerebrale organica con atrofia degenerativa; le cause possono essere note (vascolari, in­fiammatorie, tossiche, ecc.), o non ben identificate (es. d. se­nile e presenile). L’inizio, in genere dopo i 60 anni d’età, è lento e si manifesta con turbe della personalità (accentuazio­ni di tratti del carattere, labilità emotiva), faticabilità, apatia, disorientamento. La compromissione dell’intelligenza deter­mina disturbi di memoria, di attenzione e concentrazione, confabulazioni, perdita della capacità di critica e di giudizio, alterazione delle funzioni simboliche (afasia, agnosia, apras­sia). L’evoluzione è progressiva fino alla disgregazione tota­le dell’intelligenza e della personalità, con compromissione di tutte le prestazioni del soggetto, demielinizzazione, progressiva distruzione della guaina mielinica delle fibre nervose. Tale processo è presente in nu­merose malattie neurologiche, ed è tipico in particolare delle sindromi demielinizzanti (es. sclerosi multipla), demineralizzazione, eliminazione eccessiva di sostanze minerali o sali inorganici, che si può verificare nelle malattie croniche e per l’uso prolungato di certi farmaci, demineralizzazione dentale, processo di dissoluzione dell’apatite dello smalto del dente (decalcificazione). Pre­sente in diverse patologie, quando avviene in corso di carie è da attribuire alla produzione di acido nell’ambiente e al concomitante intervento di batteri, dendrite, prolungamento protoplasmatico del neurone, che si trova al polo opposto a quello del neurite, e che con successive irregolari ramificazioni dà luogo a una caratteri­stica arborizzazione. I d., in numero variabile per ogni neuro­ne, trasmettono in senso centripeto, verso il neurone, l’im­pulso nervoso.

    denervazione, perdita dell’innervazione di una parte del corpo per sezione o distruzione più o meno lenta del nervo periferico, o per distruzione dei centri nervosi da cui l’inner­vazione stessa dipende.

    dengue, malattia infettiva causata da virus del gruppo de­gli Arbovirus, sottogruppo Flavivirus. La malattia è limitata al­le zone tropicali e subtropicali dove è presente il vettore, la zanzara Aedes aegypti, che trasmette l’infezione, nella for­ma cosiddetta urbana, con la puntura, dopo essersi a sua volta infettata pungendo un soggetto malato. Altro possibile vettore è una zanzara del genere Haemagogus, che tra­smette il virus dopo essersi infettata pungendo una scimmia, nella cosiddetta forma silvestre o della giungla. Spesso la malattia è asintomatica; quando è sintomatica si può avere: il d. tipico con febbre, cefalea, dolori ossei e articolari, eru­zioni cutanee; una forma attenuata, oppure la febbre emor­ragica caratterizzata da emorragie diffuse a tutte le sedi. La diagnosi è formulata mediante test sierologici con ricerca anticorpale. Non esiste terapia specifica, né vaccinazione, quindi la prevenzione è affidata alla lotta alle zanzare, dentale, igiene, v. orale, igiene, dentato, si dice di formazione anatomica od organo che siano forniti di prolungamento o di sporgenza a forma di dente o di dito di guanto, (v. tabella) dentatura, complesso della disposizione dei denti impian­tati nella mascella e nella mandibola. Nella specie umana si distinguono la d. decidua, destinata a cadere nell’infanzia, e la d. definitiva, che segue alla prima; per questo la specie è detta difiodonte. La d. permanente è cosi distribuita: 14-16 denti sull’arcata dentaria superiore, e 14-16 su quella inferio­re. Ogni arcata è poi suddivisa in due semiarcate, ciascuna portante 6-8 denti che, per morfologia e funzioni (v. dente), sono a loro volta distinti in incisivi (I), canini (C), premolari (P) e molari (M). Questa condizione viene espressa dalla se­guente formula dentaria: I 2/2; C 1/1; P 2/2; M 3/3 (2/2), che costituisce il modo sintetico convenzionale di rappresentare il numero di ciascuno dei quattro tipi di denti presenti in una semiarcata superiore e una inferiore, dente, organo duro impiantato, che ha grande importanza nelle prime fasi della digestione per la sua capacità di taglia­re, sminuzzare e triturare i cibi solidi. L’insieme dei d. è detto dentatura. I d. constano di una parte sporgente dalla gengi­va, la corona, e di una infossata nella gengiva stessa, la radi­ce; la linea di demarcazione tra le due parti è detta colletto. La corona, di forma differente secondo le diverse funzioni del d., presenta una faccia linguale, una vestibolare, due facce di contatto e una faccia masticatoria. La corona è rive­stita dallo smalto o sostanza adamantina, di-colore bianco splendente, ricco di minerali. All’interno si trova la dentina o avorio, particolare varietà di tessuto osseo che forma l’im­palcatura del d.; la sostanza fondamentale, ricca di fibre col­lagene non calcificate, è attraversata da numerosi canalicoli (canalicoli della dentina) nei quali si trovano le fibre dentarie, prolungamenti delle cellule (dette odontoblasti) proprie del tessuto osseo della dentina. La radice del d., anch’essa du­ra, ha colore giallastro, forma generalmente conica e può essere, secondo i casi, unica, doppia o multipla; essa è sal­damente infissa nell’alveolo dell’osso. Ogni radice presenta al suo apice un foro detto apicale, punto d’inizio di un canale che la percorre tutta e che poi si dilata nella corona a forma-

    DENTE

    smalto                                   dentina

    Dott. Marco Casano il meglio in Fisioterapia e Osteopatia a Milano via Curtatone 6, via Pasteur 17, via Natale Battaglia 6 Milano Centro Cportivo Leonardo da Vinci.

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